Se quel letto avesse le ruote / ti porterei in giro per la città. / Direi ora dorme, / è lei che ha fatto di me / quel che di buono trovi. / Il resto è opera mia. / 

È l’inizio di una poesia che ho composto anni fa per mia madre.

Era in un letto, lei non lo ha mai ascoltata, non perché non gliela volessi recitare ma perché ormai non comprendeva quasi più nulla, non riconosceva nessuno, non parlava.

Sorrideva qualche volta nel vedere il mio viso.

Non è mica facile, cosa credete…, è la prima volta che ne parlo, nonostante siano passati quasi quindici anni.

L’Alzheimer è una cosa schifosa, come altre malattie direte, certo, ma non sono qui a far classifiche.

Questo mostro oggi sembra ancora imbattibile, anche se ogni tanto qualche buona notizia ci fa ben sperare; il percorso è lungo ma so che alla fine vinceremo.

Non è un plurale maiestatis il mio, solo che mi sento parte integrante della lotta, pur non essendo un ricercatore, un medico, né faccio parte di alcuna associazione di supporto ai familiari.

Sono solo uno che ha combattuto personalmente e non si è rassegnato a vedere la persona che ti ha insegnato a parlare perdere l’uso delle parole, non capirne più il significato.

Uno che ha visto la propria madre vestirsi in modo strano (scambiare l’estate con l’inverno), usare la forchetta per tagliare la carne tenuta ferma con il coltello, aprire il gas per la notte, non sapere più che giorno e ora fossero.

Allora sei lì, impotente; con la rabbia di veder compiere in maniera anche buffa delle semplici e meccaniche operazioni e con quella di non capire perché qualcuno ha voluto farti questo.

Vedere colei che ti ha partorito, insegnato a mangiare, a lavarti, a vestirti, dimenticare per sé tutto ciò, fa male.

E ti domandi quanto ne hai fatto per dover assistere a questo strazio, ad una regressione così veloce quanto rapido è l’apprendimento di un bimbo.

La perdita di ricordi condivisi o di quelli di quando ero troppo piccolo chi me li ripagherà?

Non ti rassegni, vorresti batterti contro questo mostro invisibile che si sta portando via una parte fondamentale della tua vita.

Un mostro che sta cancellando la sua mente, il suo affetto per gli altri, che fa dimenticare il tuo nome o lo cambia con quello del fratello amato o con quella della sorellina morta oltre cinquanta anni prima.

E tu sei impotente, vedi il suo sorriso farsi raro, triste, duro, inatteso o inopportuno, per poi scomparire del tutto.

E poi arriva sempre il momento che perdi la pazienza, che la rimproveri di non saper fare la cosa semplice, che non è possibile che si sia dimenticata di nuovo la chiave attaccata alla porta, che non riesce a trovar più la strada di casa, il rifugio che ha governato per decenni. Che guarda con aria smarrita i vicini, i negozianti, che alza gli occhi al cielo dicendo oggi piove mentre tu te li proteggi da un sole accecante.

Provi un istinto innaturale, pensi cose che non avresti mai immaginato, devi reprimere la tua disperazione, cerchi di convincerti che tanto lei non è consapevole per fortuna, che se non lo vedi forse il mostro scomparirà.

Invece è ancora lì, ed è anche dentro di te, il mostro sta combattendo per toglierti il sonno, il senno e la voglia di vivere, per testare la tua resistenza, quella degli altri familiari, ma tu non vuoi dargliela vinta, l’assisti fino alla fine.

Accetti la lotta, lo fai per chi non può, consapevole che ogni sforzo sarà vano; solo per poter dire non averla consegnata senza lottare nelle mani del mostro che è riuscito a portar via molto, ma nulla ha potuto contro l’amore che lei ti ha dato e quello che le hai restituito.

In un tempo (supplementare) sospeso, guadagnato alla vita.

Alla fine, ho vinto io.

by Sthepezz

@Conte27513375

Poesie. 1986-2014, edita per Mondadori dal 2014, è la raccolta, pressoché omnia, dei componimenti poetici
Chi mi conosce sa che la mia famiglia è per me la cosa più bella,
Dai tubi di scarico usciva odore di cioccolato; scorrevano in inglese i sottotitoli a Willy

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