-Ma io volevo dirti che…

-Non cercare di chiarire e negare, tu hai scritto così!

-In realtà, intendevo dire che…

-Basta con queste giustificazioni, mi hai deluso!

Quante conversazioni, nel mondo web, finiscono più o meno così. Ci si apre, affascinati, al nuovo modo di comunicare, convinti che, finalmente, sia arrivata l’occasione anche per sé di “entrare in contatto con”, “chattare”, “messaggiare”. Utilizzando non più solo la voce, come un tempo attraverso il telefono, ma addirittura la scrittura virtuale, quella fatta di parole sì, ma anche di cose simpatiche come le “emoticons”. Anche a spregio di grammatica e sintassi, machissenefrega.

Bisogna riconoscerlo, però. Se lo sai fare così – comunicare cioè scrivendo, in pubblico o in privato, senza farti fraintendere e provocare (o essere provocato) in reazioni tipo quelle dette in apertura – significa che hai le palle.

Oggi, su un social, devi essere bravo. Anche a dire. A farti capire unisex, interracial, multilingue. Devi cercare “una dimensione”, come si dice, lo stile cioè di proporti agli altri per come sei, non piuttosto per come vuoi apparire (o, peggio, per come credi gli altri vogliano tu sia). Ci sarebbe da declinare molto, in tema di motivi per cui si sta su un social. Ma il discorso è molto variegato, ci sono studi sociologici assai accurati sulla cosa, che possiamo solo apprendere dagli addetti ai lavori, molto più competenti di chi, come noi, sta qui prevalentemente per divertimento o passatempo.

Quello che voglio sottolineare, è che in un certo senso, stare sul social, comunicare, è una sfida anzitutto per sé stessi. Starci per riuscire in primis  a com-prendere sé stessi, attraverso il modo di parlarsi nelle cose che si scrivono per gli altri. E, conseguentemente, a prendere chi ti legge, a farlo entrare in ciò che scrivi, coinvolgerlo emotivamente, renderlo partecipe del momento che vivi nella realtà e di cui la frase, il tweet, altro non è che un desiderio, forse recòndito, di esternarti al mondo, di sottolineare anche la tua esistenza, un senso che dai alla tua vita di relazione. In ciò, ti deve piacere ascoltarti.

Spiace vedere, talvolta (ma comunque, ciascuno è libero di starci come vuole), come ci si lasci “prendere” da altro nello scrivere e nel leggere sul social. Dalla frase a effetto, dalla foto eccentrica (nel migliore dei casi), osé per i più audaci, dal proclama trasgressivo e, a un tempo, rivoluzionario, spietato, irriverente che possa “prendere”, appunto, quanti più “seguaci”, “followers” possibili. Senza piuttosto lasciarsi comprendere. Ci si mette in gioco, cioè, per comunicarsi in una veste non propria, ostentata, che dice poco o nulla di sé stessi.

Dopo qualche tempo, così, forse si potranno smussare gli angoli:

-Sai, poi ho capito quello che mi scrivesti…

-Davvero? E da cosa?

-Ho letto meglio ciò che hai scritto dopo, il contesto…

-Meno male, dai, il tempo vince…

Direi, il modo diverso, poi – anche nel tempo – di comunicare, per farsi com-prendere.

Beniamino D’Auria

Alias @_Belcor_

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