Quando ero piccolo, l’unico che parlava di cucina (in senso lato) in tv la cucina era il buon Corrado con Il Pranzo è servito e forse grazie a lui qualcuno familiarizzò col concetto di caloria. Oggi, milioni di italiani restano incollati ai teleschermi per vedere i propri chef preferiti cucinare i piatti più eleganti o i propri beniamini inventarsi ricette sbalorditive partendo da ingredienti a sorpresa.

Emblema di questa nuova tendenza è sicuramente MasterChef, attualmente il programma culinario per antonomasia anche per l’autorevolezza dei conduttori.

Detto che, se ci pensate bene, il titolo non viene assegnato al migliore ma a chi riesce a vincere la finale dopo essere riuscito a non risultare mai il peggiore (concettualmente c’è una gran bella differenza), MasterChef ha cambiato il nostro modo di concepire la cucina: adesso se non usi la colatura di alici sei un coglione, se non fai sentire tutte le consistenze sei uno sfigato, se non disossi la quaglia in 30 secondi netti ti mandi da solo al pressure test. Mamma mia che pathos la Mystery box, senza pensare che ci basterebbe aprire il frigo e tra l’indivia di 2 settimane fa, l’avanzo di prosciutto finito in fondo al cassetto dei salumi, il coccodrillo che scade domani e l’araba fenice liofilizzata… hai voglia a fare la mystery box.

Ma perché MasterChef et similia hanno tanto successo?

Migliaia di appassionati dei fornelli (oltre a qualche soggetto che si accontenta di mostrarsi per una manciata di secondi in tv) cercano di dimostrare (quasi come se fosse una sorta di rivalsa nei confronti della vita bastarda) che fino ad oggi hanno percorso la strada sbagliata ma il loro destino è un altro. “Sogno di aprire un ristorante“, dicono in coro. Ma avranno idea di cosa significhi davvero?

Temo che ci si faccia troppo abbagliare dal successo dei grandi chef, idolatrando un mestiere che di sicuro è affascinante ma che non è fatto soltanto di stelle, forchette e cappelli (a seconda delle guide), di arredamenti eleganti, di donne che si sciolgono davanti ad un uomo che cucina. Parliamo di un mestiere fatto sì di passione ma anche di forte stress. E se non ci credete andate a vedere che fine hanno fatto alcuni grandi chef o anche semplici concorrenti americani di MasterChef USA o Hell’s Kitchen.

Quello che mi chiedo è se sia ben chiaro che gestire un ristorante significa sacrificare parte della propria vita per il proprio mestiere e che la vita in cucina è lontana anni luce da quella che vediamo in tv. Che per uno che arriva in alto altri mille o non arrivano o si fermano alla trattoria o al ristorante col pranzo a menu fisso, realtà che costituiscono la maggior parte dell’offerta gastronomica. Cosa che non costituisce un fallimento, ma di sicuro mette di fronte ad una clientela alla quale non si può servire l’alluce valgo di gorilla in agrodolce, perché te lo tira dietro. E non perché non si è usata la colatura di alici (che col gorilla starebbe anche bene), ma perché il budget è quello che è ed il palato pure. 

Mi sembra che si parta più dall’idea della stella Michelin piuttosto che da quella del riuscire a fare la professione dei propri sogni. “Cosa vuoi fare da grande?“. “Lo Chef stellato“. Tra il dire ed il fare, la distanza non si colma con una trasmissione.

Così come diventiamo tutti rigoristi quando un calciatore spara la palla in curva, adesso ci sentiamo tutti autorizzati a pensare che quel baccalà lo avremmo fatto in olio cottura, che il nostro tortino di granchio sì che piacerebbe a Gordon Ramsay e che il nostro piatto Bastianich lo leccherebbe anziché lanciarlo.

Sognare non costa nulla, per carità. Occhio solo al risveglio.

Lello (@lellskitchen)

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