Era un ragazzino quando le domande cominciarono a torturarlo, quando i pilastri cominciarono a tenerlo in ostaggio sul banco degli imputati.Era solo un ragazzino quando si vedeva diverso dai suoi coetanei, quando non poteva avere quel che avevano i ragazzi della sua età. Era un’età bastarda quella, un’età in cui le differenze si notano e te le spiattellano in faccia con malignità, disgusto e cattiveria, senza preoccuparsi di ferire o addirittura uccidere chi subisce la violenza dei colpi sferrati da bocche inquinate dalla superficialità, dalla rivalità e dal desiderio di supremazia sugli altri.

Durante quel periodo, le domande cominciavano ad essere più frequenti, il processo a se stesso diventava sempre più incalzante ed emotivamente intenso. Questo era il modo con cui i “pilastri fondamentali” tentavano di esercitare il controllo della mente, nonostante cominciassero a non sembrare più così granitici ma sgretolabili. A questo punto doveva difendersi e l’unico modo per farlo era imparare ad erigere muri e chiudere porte, ascoltare e capire, guardare ed elaborare. Ma il prezzo da pagare era alto, sapeva che questo sistema difensivo avrebbe portato a solitudine e silenzio. Attitudini che, tuttavia, avrebbero permesso di selezionare persone, avere le proprie idee e sviscerare ogni circostanza godendo della propria concezione.

Ma si sa, ad erigere muri e chiudere porte si rischia di rimanere chiusi fuori anche dal proprio mondo, aumentando l’esposizione agli assalti del tempo, della vita, dei ricordi e delle scelte. Così ancora una volta doveva trovare un rifugio sicuro, esterno al proprio mondo, in territorio nemico. Ancora una volta la musica, sua fedele alleata, gli forniva il proprio appoggio. La sua musica, infatti, aveva mandato in supporto l’artiglieria pesante, nuove munizioni da schierare contro l’erosione psicologica.

A sette anni di distanza dalla pubblicazione dell’album che conteneva “The Unforgiven”, il brano che esprimeva al meglio il significato della parola libertà, i Metallica sembravano continuare a scrivere la colonna sonora di giorni difficili di un cuore nero. Nel 1998, usciva ReLoad, il disco che conteneva la canzone considerata il seguito di “The Unforgiven” ed intitolato “The Unforgiven II”. Il protagonista e le sue ombre erano le stesse, non era più un bambino, erano passati 7 anni ed il suo cuore era ferito ed annerito dall’oscurità di notti e giorni malvagi.

Ma anche un cuore nero trova sempre una luce che sappia abbattere i suoi muri, spalancare le sue porte ed illuminare i suoi giorni. Una luce che si sdrai accanto al cuore nero e ne rischiari i bui più oscuri, che seppellisca e custodisca dentro di se la chiave che ha permesso di aprire la porta che il cuore nero aveva chiuso. Solo così la porta non potrà più chiudersi.

(…) Quello che ho provato, quello che ho conosciuto

Stanco morto, resto da solo

Potresti essere qui,

perché ti sto aspettando

O sei imperdonato anche tu? (…)

(…) Stenditi vicino a me, dimmi cos’ho fatto

La porta è chiusa, così come i tuoi occhi

Ma adesso vedo il sole, adesso vedo il sole

Sì ora lo vedo (…)

 

 

E.

@enigmatico141

Condividi

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: