Venerdì sera. In quel periodo dell’anno che si inizia ad uscire senza il giaccone, le serate non sono più di quelle “da battere i denti”. 

Il campanello suona. Mi alzo di malavoglia dal divano. Apro la porta e trovo Mauro, vestito come sempre coi suoi jeans neri, il giubbotto di pelle e gli anfibi. Ha in mano due caschi da moto, me ne sbatte uno contro il petto e dice, in un tono che non ammette discussioni: “vestiti, si va”.

Non oso neanche chiedere dove. Metto gli  stivali e il bomber ed esco di casa. 

Nel parcheggio ci sono tutti, tutti in sella alle moto, tutti pronti, con lo sguardo serio manco dovessero andare a fare una rappresaglia. Ma li conosco, sono tutti amici, gente a cui affiderei la mia vita. 

Mauro sale in sella, accende la vecchia Bonneville, io mi siedo dietro e si parte. Dopo qualche chilometro la destinazione ormai è chiara. Facciamo rumore, ci sentono arrivare da lontano, un’accozzaglia di moto tra custom, caferacer e seventies. 

Allo svincolo resto un po’ perplesso perché tiriamo dritto anziché svoltare verso il nostro solito bar. Decido di stare zitto, non voglio sapere dove mi stanno portando. 

Dopo parecchi chilometri arriviamo alla spiaggia, sulla strada che la costeggia ci sono parecchie moto parcheggiate, qualcuno ha sistemato delle fiaccole come a voler formare un vialetto illuminato che porta fino quasi alla riva, dove c’è un capannello di gente attorno ad un falò. È una scena d’altri tempi… Chi griglia il pesce e chi la carne, chi fa girare le bottiglie di birra dalla ghiacciaia, e tutti che ridono, parlano, cantano. 

Durante la serata Mauro e Andrea mi si avvicinano, stappano le bottiglie e si siedono vicino a me. Mauro resta in silenzio e mi guarda, Andrea invece prende la parola, sanno cosa ho passato nell’ultimo periodo e sanno che questi miei casini hanno avuto delle ripercussioni in casa, al lavoro e sul campo da rugby. Si sono accorti che ho perso concentrazione e interesse. Ovviamente sono consapevoli che da certi casini se ne esce da soli, ma si offrono comunque di darmi una mano in tutto. 

Io resto zitto, non riesco a parlare. Mi alzo e vado verso la riva, sono scalzo, l’acqua mi tocca i piedi, è fredda ma non non è un problema. Credo di essere rimasto lì in piedi una buona mezz’ora a guardare un orizzonte che non vedevo, a sentire il rumore delle onde. 

Torno verso i miei due amici, con 3 birre in mano, una bottiglia a testa, un sorriso. 

“Vi voglio bene, grazie ragà” è stata l’unica cosa che ho detto loro. 

La serata è diventata la nottata, il buio è diventato alba, il falò si è spento e alla fine seduti sulla spiaggia c’eravamo noi, a ridere e scherzare come quando avevamo quattordici anni. 

Quella notte sulla spiaggia è stata un vero salvagente per me, e nel corso del tempo io Mauro e Andrea siamo stati gli uni per gli altri delle presenze costanti. 

A loro va il mio abbraccio. 

@2FIRSTLINE 

www.caoticipensieri.wordpress.com 

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