Primavera 1996, un pomeriggio come tanti in giro in motorino.  Incrocio due amici,  ci fermiamo a parlare un po’. Mi invitano ad andare a vedere il loro allenamento e visto che non ho niente di meglio da fare, accetto.  

Mi siedo su una panca a circa 15 metri dalla linea di fondocampo,  l’atmosfera è rilassata.  Poi iniziano a fare sul serio, io li guardo ma non ci capisco praticamente niente.  

A fianco a me si siede un signore anzianotto, dopo qualche minuto mi chiede se ho voglia di provare a giocare, lo guardo e l’occhio mi va dritto sulla scena in campo.  Rispondo con un “no grazie,  ci tengo all’osso del collo”.  Il vecchio ride. 

Ad un certo punto si sente urlare dal campo verso di noi, una palla calciata male sta volando dritta verso di me,  in aria descrive un movimento stranissimo.  Non sembra un pallone normale. 

È stato un attimo e mi sono ritrovato quella palla ovale tra le mani (solo dopo mi hanno detto che era stata una presa perfetta). 

Riconsegnato il pallone, mi sono ritrovato quel vecchio in piedi al mio fianco.  Insiste che dovrei provare. Sembra che mi stia sfidando, decido che vabbè al limite torno a casa con qualche livido. Mi fanno entrare in campo e un tizio enorme inizia a spiegarmi le basi del rugby. 

Quella palla che volava in aria mi ha fatto scoprire un modo nuovo di vedere tante cose e ha dato un sapore altrettanto nuovo ad alcune  parole come squadra,  amicizia,  correttezza.  

Ho giocato a rugby per cinque anni e i legami che si sono creati allora resistono al tempo e alla lontananza. Anche quando ho appeso gli scarpini al chiodo e non ho più usato il paradenti sono rimasto lì per un po’ ad aiutare gli allenatori dei bambini ad insegnare loro le regole del gioco e a farli divertire. Una volta che si entra in certi ambienti è difficile uscirne ed è un bene che sia così. 

Ogni volta che posso vado a ritrovare i vecchi compagni e i coach che adesso stanno facendo con i figli dei miei amici quello che hanno fatto con noi a suo tempo,  vale a dire stanno insegnando che vestire la maglia della squadra significa qualcosa che va oltre gli allenamenti e le partite. Significa far parte di una sorta di seconda famiglia che ti forgia il carattere,  che ti insegna a non mollare anche nei momenti più difficili, che crea amicizie indissolubili.

Il rugby è una passione e come tutte le passioni va coltivata,  alimentata.  È sì un gioco ma è anche uno stile di vita ed è per questo che… “rugbista una vola,  rugbista per sempre”. 

@2FIRSTLINE 

www.caoticipensieri.wordpress.com

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