(Immagine: A-Mors , Pautiero )

Pt.1

Era Febbraio 2011.
Il dolore fisico e il trauma nel venire a conoscenza di aver un tumore, mi annientarono. Ma restai lucido. Cercavo di non lamentarmene mai ed avere sempre una parola di conforto ed un sorriso per i miei cari, i quali tentavano con tanta forza di portarmi un sorriso in quelle stanze d’ospedale dalle pareti dipinte di in bianco spento, quasi grigio. Ricordo ancora mia  madre che piangeva fuori dalla stanza in cui ero ricoverato,per non farsi vedere, ma io me ne accorgevo dagli occhi lucidi.
Ad una settimana dal ricovero, quando le infezioni e le relative ferite si erano stabilizzate, il primario decise, con molta sicurezza, di farmi iniziare il ciclo di chemioterapia per la mia forma di Leucemia.
Il primo giorno di chemioterapia, la mia ex si presentò lì in ospedale, con mio sommo stupore. Non credevo che si informasse su cosa facessi io e delle mie condizioni di salute (Oggi si direbbe “stalkerare”).

Era lì in quel momento. Entrò piano nella stanza, da sola, indossava la mascherina chirurgica per evitare contaminazioni. Era più grande del suo piccolo viso delicato. Io la osservavo stranito mentre chiudeva la porta lentamente e, col suo classico outfit (maglia nera, gonna nera e anfibi… neri anche loro), si incamminò verso il mio letto. Non riuscivo ad alzare il mio sguardo verso i suoi occhi, sia per il dolore che per l’orgoglio. Ma lei mi prese la mano, ed io non feci resistenza. Senza smettere di piangere, mi disse “Ti amo”.
Io girai il volto dall’altra parte e dissi “Vattene Daniè” (sì, si chiama Daniela). Mi sentivo ferito, preso in giro, eppure lo disse piangendo. Lei se ne andò. La porta aveva un oblò, dal quale gli infermieri ogni tanto passavano a controllare se fossi ancora vivo. Ella, uscendo, poggiò la sua mano sul vetro dell’oblò dall’esterno, come a volermi dare ancora una carezza. E andò via. In lacrime.

Non ascoltò il mio invito ad andarsene. Ritornò il giorno dopo. E il giorno dopo ancora. Per tutto il trattamento della chemio era lì, Da Nocera ad Avellino, da Avellino a Milano. Non sempre, ma c’era. Nonostante le dissi di andare via.

Era Aprile 2011, dopo due mesi nel reparto di Onco-ematologia di Nocera Inferiore, non ebbi risultati soddisfacenti dalla chemioterapia. Vi erano ancora cellule maligne nel midollo osseo che prolificavano. E molto velocemente. Così decidemmo, in accordo con la mia famiglia, di cambiare struttura. Tramite amici di famiglia riuscimmo ad avere un ricovero al Giuseppe Moscati di Avellino. Una struttura nuova, un complesso attrezzato anche per studenti della facoltà di medicina. Insomma, tutto lasciava presagire che questa volta fosse la volta buona. Anche le camere del reparto dedicato ai trapianti di ematologia era ben fatto. Il reparto era completamente antisettico. Si entrava facendo una doccia e lasciando fuori i vestiti che si avevano addosso, per indossare direttamente il pigiama sterilizzato. Una cosa che, psicologicamente, mette ansia. Un po’ come quei film dove ti arrestano e ti portano dentro. E prima di metterti nella cella e darti la divisa da detenuto, ti sparano l’acqua contro ad una pressione talmente forte da tagliarti la pelle. Ovviamente non era così crudo, ma il senso di angoscia era simile. Era una doccia semplice, dove anche la spugnetta era già insaponata e confezionata in una bustina di plastica. Tutto perfettamente antisettico.
In quella struttura soggiornai in una stanza che non aveva contatti con l’esterno, se non una finestra ed un citofono col quale poter parlare con gli amici e i parenti che ti venivano a trovare. Quella finestra affacciava su un corridoio buio, non avevo nemmeno la possibilità di vedere quando faceva giorno e quando faceva buio. Ventiquattro ore di luce artificiale, anche di notte. Muri bianchi e verdi. Tu, il tuo letto, la TV e il compagno di stanza che ti capitava, a volte maldestro, a volte simpatico.
Ricordo ancora che un giorno dissi a Daniela di essere più addolorato dal fatto di non poter vedere il sole, anziché dalle chemio che indebolivano il mio corpo. Lei dopo un paio di giorni arrivò in ospedale con il suo sorriso luminoso stampato in volto e con un cartoncino, dove aveva disegnato con cura un sole e qualche nuvola. Ne ritagliò la forma e le incollò con un po’ di nastro adesivo sul vetro che ci divideva. Mi disse “Non posso portarti il sole, ma almeno così non ti dimentichi com’è fatto il cielo”. Vi assicuro che mi portò il sole, i brividi, il pianto di commozione, e per un attimo mi resi conto che mi stavo innamorando di nuovo di lei.

(continua …)

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Comments (1)

  1. Aspetto che continui questo tuo racconto.

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