L’aquila non può levarsi a volo dal piano terra; bisogna che saltelli faticosamente su una roccia o su un tronco d’albero: ma da lì si lancia alle stelle. (Hugo von Hofmannsthal)

Come un’aquila. Mi fa subito venire in mente il suo volo. Il volare nella libertà di un cielo senza spazi, alla ricerca di una dimensione di libertà, di pace, d’infinito. E’ il sinonimo di un’azione che indica un movimento, un muoversi non banale, un esercizio che implica tanta forza per staccarsi da terra, dalle proprie sicurezze (che a volte sono ingombranti limiti), probabilmente è una sfida per sé stessi volare, ma non è una categoria umana. Almeno in senso fisico, meccanico.

Sì, volare. Volare mi ricorda, in prima impressione, il volo di un gabbiano sulla cresta dell’onda mentre cerca cibo per sé e per i propri pulcini, una vera e propria impresa se si vuole, ma quella è la sua vita. Deve volare per forza. E’ nella sua natura. Come per ogni volatile, del resto.
Quello che, però, mi affascina di più è proprio il volo dell’aquila, il rapace che per me significa molto, è la metafora ideale della vita. Non un uccello comune, ma uno dei maestosi signori delle altitudini, dotato di una vista superlativa, capace di fargli distinguere con esattezza dove si trova e come si sposta la sua preda, da centinaia di metri, sul cielo. E’ la sua lungimiranza, ciò che accresce il suo modo di essere, di distinguersi tra gli animali dell’aria. Credo che la vita di un’aquila debba fare molto pensare a noi umani. Essa vive all’incirca ottanta anni. Arrivata alla metà del suo cammino di vita, l’aquila si scopre appesantita, goffa, mostra un piumaggio opaco, spento, le è cresciuto il becco a dismisura e rischia, così, di non potersi nutrire più, rischia di morire. Allora, deve scegliere, se continuare a volare o se scendere inesorabilmente verso la fine dei suoi giorni. Se ha tanta determinazione e ancora voglia di vivere, allora si isola tra i crepacci, in qualche anfratto delle sue montagne e lì inizia a dare colpi violenti con il suo becco sulla roccia viva, fino a smettere quando finalmente il suo becco si è riformato ed ha acquisito la bellezza e la funzionalità di qualche tempo fa, quando esso era il simbolo della sua forza, del suo vigore, del suo significato.
Ecco, le è bastato quel volo, tra la solitudine della sua montagna, per riacquistare la forza di vivere.
L’aquila, quest’aquila mostra la strada, il metodo per rinascere, a metà vita, quando puoi sentire la terra che ti sfugge da sotto i piedi, quando i problemi rischiano di divenire l’angoscia della tua esistenza, l’inesorabile strada che credi ti porterà fuori dal tuo vivere. Essa, invece, vuole continuare a farcela, vuole aggiustarsi il becco, vuole continuare a volare.
Ognuno di noi può scegliere di ritornare a vivere, arrivato alla soglia di una difficile esistenza, può rimettersi in discussione, consapevole che ciò sarà la riforma del suo becco, cioè del suo modo di porsi verso sé stesso, verso l’ambiente sociale che lo circonda. E’ necessario rientrare in sé, rimodulare il proprio stile, rinfrancare il modo di affrontare tutto, di relazionarsi a tutti, per dare un nuovo senso, un nuovo spessore, una nuova statura alla sua vita.
Ecco, volare come quell’aquila! Possiamo farlo, dobbiamo farlo, continuare a volare come lei.
Per continuare a vivere.

Beniamino D’Auria

alias @_Belcor_

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