Gent.mo Prof. Recalcati,

in realtà avrei dovuto iniziare a leggere il Suo testo mesi addietro, quando un professore, uno di quei professori capaci ancora di in-segnare davvero, la mia Giulia per certi versi (e non per paragonare ciò che non si conosce realmente, poiché ogni vissuto esperienziale è unico, ma solo per rendere potenzialmente comprensibile l’analogia), me ne aveva consigliato la lettura.
E l’avevo messo in nota nella sezione “libri da leggere” e, se avessi guardato la voglia, l’avrei letto certamente prima; ma c’erano i libri da finire, quelli della tesi, quelli già acquistati che avevano la precedenza.
Poi setti giorni fa sono entrata nella libreria universitaria alla ricerca dell’ennesimo saggio sulla cultura visuale e ho trovato il suo libro lì, proprio vicino alla cassa, ad aspettarmi; credo che certi incontri, per quanto possano essere rimandati, siano inevitabili. Certi incontri rendono inevitabile la rivoluzione degli schemi e delle liste che avevamo con finezza e fierezza progettato.
I libri da finire sarebbero stati finiti, quelli per la tesi riletti e rielaborati allo sfinimento dell’amore, quelli acquistati avrebbero atteso: adesso c’era solo il tempo per quell’ora, L’ora di lezione.
A un’ora così importante non potevo che dedicare uno dei tempi migliori, quello del viaggio in treno, dove scrivere e leggere diventa per me, se possibile, ancora più intenso e intricato.

Mentre giravo le pagine, rigiravano anche i miei anni scolastici.
Guardi, io all’asilo volevo fare la suora, alle elementari la maestra, alle medie e al liceo la professoressa e poi, arrivata all’università, la docente; in altre parole, da quando mi hanno messa dentro questo mondo, ho sempre voluto insegnare. E anche oggi, intanto che si parla solo di precariato, intanto che tutti mi consigliano di andare a proseguire all’estero il mio percorso, intanto che niente sembra più valere davvero la pena soprattutto in ambito scolastico-culturale, il mio desiderio non muta, la mia voglia di stare in una cattedra del nostro paese a spiegare ai ragazzi che si ci può ancora credere, che bisogna ancora crederci, rimane inalterata.
Saranno state le fiabe che ogni sera mia mamma mi leggeva o la voce di mio padre che mi raccontava l’Odissea; sarà che io quel vuoto-pieno, che Lei ha così ben descritto in riferimento alla pratica dell’insegnamento-apprendimento, l’ho provato tante volte nella mia vita da non poterne proprio fare a meno; sarà che dentro il sapere di chi ha sapore mi pare che tutto prenda gusto, perfino io, fosse anche solo durante quell’ora di lezione.
Fino alla terza media piangevo quando arrivavano le vacanze estive perché sapevo già quanto mi sarebbe mancata la scuola; uno dei miei passatempi preferiti era giocare a fare la maestra, a luglio i compiti delle vacanze erano già terminati e i libri schedati erano di più di quelli richiesti.
Sa perché? Perché fino a quel momento, senza saperlo, avevo avuto la fortuna (che all’epoca definivo solo “normalità”), di aver trovato, ognuno con le proprie peculiarità, ottimi insegnanti.
Poi l’ho saputo.
Ho saputo quanto male possano fare gli esseri umani che siedono dietro quella cattedra; ho visto i segni che sanno lasciare al fisico e all’anima; ho saputo quanto in un’ora di lezione si possano condizionare anni di vita. Leggevo velocemente le Sue pagine quando le Sue parole mi riportavano qui, di nuovo inerme davanti alle tante piccole non-giulia che si sono alternate in quei cinque anni di liceo classico, e soprattutto quando mi facevano tornare davanti a lei, l’immensa Agiulia della mia storia scolastica (l’alfa privativa suona bene, visto che era giusto appunto la professoressa di greco). Leggevo e pensavo che sulla porta desueta di quel liceo, dove, terminata la maturità, non ho mai più messo piede, andrebbero appese le pagine del Suo libro. Probabilmente andrebbero appese sui portoni di molte altre scuole.
Ma l’amore è stato più forte, l’amore è sempre più forte; uno che scrive “in quegli anni sei stata, Giulia, il mio amore segreto, il pane, la scodella del caffellatte, la sciarpa, l’eskimo, le scarpe, i quaderni di appunti, i miei libri, i miei dischi, le prime infatuazioni letterarie, l’interlocutrice silenziosa che accompagnava i miei pensieri, la voce che dolcemente mi invadeva, il volto e lo sguardo che mi riempivano” lo sa bene.
L’amore per lo studio, per il sapere, per la vita che scorre dentro e si agita tra le pagine dei libri, l’amore per provare a costruire una scuola migliore ha resistito; ha resistito alle frustrazioni, alla noia, all’inutilità, alle umiliazioni, all’assenza di gratificazioni, ai baratri. Posso definirmi anch’io “resistente”?
All’università prendevo appunti su quello che dicevano e su come lo dicevano, poiché ormai non avevo più dubbi che avrei dovuto insegnare. Dico dovrei perché per me è una sorta di vocazione, qualcosa a cui non posso sottrarmi, qualcosa a cui non voglio rinunciare.
Guardavo come parlavano, come ci trattavano, le loro movenze, le loro voci. Cosa mi piaceva, cosa piaceva ai miei compagni di un professore o dell’altro. E immagazzinavo tutto per prepararmi meglio a quel giorno, se mai arriverà, dove qualcuno appunterà le mie parole, la mia voce, le mie movenze.
Per tutto il corso del Suo libro continuavo a ripetere nella mia testa: “è proprio così, ha ragione, è vero”; e poi ancora: “è vero, è proprio così, ha ragione”. All’ultimo capitolo mi sono commossa, per Lei, per me, per Giulia, per la vita, per quello che passava fuori dal finestrino del treno.
Ho scelto il relatore della mia tesi di laurea magistrale quando ho seguito la sua prima ora di lezione: nella prima ora di lezione si capiscono tante cose e io avevo capito che anche quella professoressa avrebbe saputo lasciare il suo segno.
La nominava tante volte nelle sue ore di lezione, ma per leggere qualcosa di Suo ho atteso fino a L’ora di lezione.
Sono sicura che non troppo tardi scriverò anch’io, da altra prospettiva, su questo tema, quando sarò pronta, quando non farò più troppo caso alle cicatrici che le ore sbagliate di lezione hanno lasciato, quando ricordare le ore belle di lezione non mi farà più diventare troppo melanconica.

Però è stupendo.
Il pieno-vuoto, il non sapere, il sapere per un attimo, il gesso, il banco, la lavagna, la tecnologia che cambia, l’astuccio, il compagno, il sogno, la discussione, l’incomprensione, la carica, la pausa, la campanella, la domanda finale, la speranza.
Continuerò sempre a pensare che sia stupendo e che dentro quell’ora di lezione ci sia lo spazio per ogni tempo e per ogni soggetto.

Alessandra Corbetta
www.alessandracorbetta.net

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