La descrizione di un’emozione

Se ognuno di noi si fermasse e ripensasse all’emozione più bella o più brutta che ha provato, in questo mondo frenetico che nulla da’ e tutto toglie, forse rivivrebbe quell’emozione e forse il mondo intorno a noi si fermerebbe in quell’istante. Ma un conto è ripensare, un conto è descrivere.

Quando si descrive un’emozione poi, gli altri, la rivivono con noi? La cediamo ad estranei? La stiamo buttando via?

Per esempio, secondo voi, descrivere il primo bacio, la prima volta, la prima delusione, la prima perdita affettiva, cede la vostra emozione o la rafforza? Ne aumenta il phatos, ci libera, ci fa soffrire?

Come sempre, quando mi faccio domande come queste, non trovo risposte precise, ma certamente ci rifletto.

Descriversi o non descriversi?

Scoprirsi o non scoprirsi?

Quali le emozioni che più riusciamo a descrivere?

Rabbia, paura, tristezza, gioia, sorpresa,  attesa, disgusto, allegria, vergogna, gelosia, speranza, nostalgia, rimorso, delusione..

Nessuna, qualcuna, tutte?

Io descrivo tutto molto male per esempio, tranne le cose negative, su quelle esterno rabbia da tutti i pori, ma non parlatemi di descrivere cosa provo di fronte alla bellezza, alla gioia, all’amore perché non ci riesco.

Riesco a sorridere però.

Riesco a piangere.

Chi mi sta vicino riesce a non fare domande ed a capire se quell’emozione è una di quelle che voglio raccontare o no. Chi ci sta vicino e ci ama, sa quando è il momento e quando non lo è. A questo aggiungo e per fortuna, quasi tutti noi hanno qualcuno così vicino.

Ed ancora domande … quando si descrive un’emozione poi, gli altri, la rivivono con noi? La cediamo ad estranei? La stiamo buttando via?

Un’emozione bella e positiva normalmente riusciamo a trasmetterla agli altri anche a sconosciuti e non c’è nulla di più bello che far sorridere chi ci ascolta e far rivivere una nostra sensazione; peccato che siamo diventati avari nel farlo, non ci fidiamo di nessuno ed abbiamo paura di essere giudicati, anche quando descriviamo cose belle.

Il popolo del nuovo millennio si nasconde dietro alle “emoticon”, ne abbiamo una per ogni stato d’animo e così, non siamo più capaci, di raccontare una giornata di sole.

Inconsciamente commettiamo l’errore di non rivivere quell’emozione insieme agli altri e gli altri ormai non ci chiedono più nulla. Non riviviamo più nulla. Tranne alcuni di noi che ancora si concedono due parole, dal vivo davanti ad un caffè, ad un aperitivo e non via chat e che si guardano negli occhi.

In quel momento, quando ci si guarda negli occhi, già stiamo togliendo barriere, stiamo permettendo all’altro di capirci e di emozionarsi, ma vi pare poco? In poco tempo, con una buona dose di coraggio e con un po’ di fiducia, chi ci ascolta dall’altra parte della nostra emozione sta sorridendo, sta ridendo o sta piangendo con noi. Ci sente, ci vede e ci tiene per mano.

E’ difficilissimo trasferire un’emozione e farla diventare non più tua ma sua, nostra, ma quando si riesce in questa impresa si sta bene, si sta meglio e si creano empatie.

A mio parere, parlare di emozioni è tanto difficile quanto speciale, è tanto complicato quanto soddisfacente e si sa che alla fine a noi piace essere sempre un po’ funamboli, stare su quel filo tra mostrarci e nasconderci, tra farci vivere e farci morire.

Mi va di concludere in musica, soprattutto perché recentemente una grande artista come Paola Turci ha fatto diventare sua una canzone, ha reso una cover talmente credibile che tra dieci anni la nuova generazione, sono certa, penserà che è sua (da ascoltare..).

La canzone del 1978 cantata da Anna Oxa e scritta da Ivano Fossati, si intitola , guarda caso, “Un’emozione da poco” e parla d’amore e della sofferenza che un amore può dare, ma è tale l’emozione dell’amore, da scegliere di perdere il contatto con la realtà.

“…. ed io non vedo più la realtà non vedo più a che punto sta 

la netta differenza fra il più cieco amore 

e la più stupida pazienza …”

Arianna

Immagini dal web

 

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