Un po’ per hobby e un po’ per lavoro, mi occupo di grafica; dunque, mi capita spesso e volentieri di trascorrere ore ed ore al pc durante la creazione di loghi, flyers ecc. in attesa che arrivi la giusta ispirazione. 

Fare grafica creativa è una specie di pesca d’attesa; succede che l’idea giusta arrivi subito oppure soltanto dopo giorni e giorni di tentativi vani e bozze cestinate. 

Una sera, in particolare, dovendo ideare un logo per un’azienda il cui nome iniziava appunto per emme e non riuscendo a trovare la soluzione migliore, mi armai di pistacchi, Merit e caffè, poi mi piazzai davanti al monitor e scrissi, per l’appunto, la lettera emme a caratteri cubitali, deciso più che mai a non muovermi da lì fino a che non mi fosse venuta in mente la trovata geniale per quel dannato logo. 

Così restai per almeno una buona mezz’ora a fissare quella enorme emme; uno dei due, pensai, prima o poi si sarebbe stancato e si sarebbe deciso a vomitare l’idea. Ero convinto che lei, la emme, stanca di farsi guardare, si sarebbe spogliata di ogni resistenza e sarei riuscito a farla mia, tramutandola non in un bel logo, ma nel migliore dei loghi possibili.

Dopo circa venti minuti, centosessantasette pistacchi, tre Merit e dopo aver leccato ingordamente anche il fondo della tazzina di caffè, ebbi finalmente l’illuminazione divina.

Non c’era nulla da capire, nulla da scrutare, nulla da spogliare.

In un colpo d’occhio, mi resi conto che quella emme era sempre stata nuda, fin da quando io stesso l’avevo scritta sul monitor.

Mi apparve praticamente nella sua essenza naturale, nella sua vera pelle.

Quella M, da sola, diceva già tutto: forte della sua meravigliosa rappresentazione grafica, mi restituiva perfettamente l’immagine delle cosce divaricate di una donna impegnata nell’atto del partorire e, dunque, del suo apprestarsi a divenire Madre.

In quell’attimo capii anche come mai, curiosamente, il termine Madre tradotto in quasi tutte le lingue del mondo, iniziasse stranamente sempre per emme.

Geniale no? Una scoperta talmente sconvolgente da costringermi ad abbandonare in tronco il progetto grafico, poiché l’azienda committente era una pizzeria e non avrei mai trovato il coraggio di proporre ai titolari un logo fondato sullo strano parallelismo (a mio avviso interessante) a cui avevo pensato tra il forno a legna e la vagina partoriente.

Tuttavia, questa scoperta mi impressionò moltissimo. 

Trovai la cosa mirabolante, meravigliosa, a tratti magica, ed è inquietante come anche i tre aggettivi che ho appena usato per descrivere l’evento inizino anch’essi per emme.

Poi, appena poche ore dopo, la realtà cannibale mi riportò repentinamente coi piedi per terra; tutta colpa di quell’arnese in cucina chiamato TV: basta accenderla su un qualsiasi notiziario e apprendere che una madre da qualche parte ha ucciso, con colpa o con dolo, il proprio figlio.

A quel punto ti ritrovi a riconsiderare le forme estasianti della lettera emme e ti rendi conto che M è anche la prima lettera della parola Morte.

Ti ritrovi a non provare più alcun stupore, a non scandalizzarti, a non nutrire nemmeno domande sul perché e sul per come una madre possa arrivare a uccidere un figlio senza suicidarsi l’attimo dopo.

Ti sorprendi, immediatamente dopo aver appreso la notizia, a formulare dentro di te ipotesi e considerazioni degne del peggior uomo comune, rischiando addirittura di correre sul primo social network a dire la tua, che è poi quasi sempre vergognosamente uguale a quella degli altri.

Infine, lentamente, arriva il momento della quiete, di quell’attimo in cui ritieni di non dover dire, pensare o fare null’altro se non assorbire l’ennesima bruttura dell’umanità. 

Capisci che certe cose a te non potrebbero accadere mai soltanto perché finora sono accadute a un altro, capisci che il cannibalismo è un’abitudine animale alla quale abbiamo conferito, nel tempo, un outfit più elegante e che la proverbiale piccolezza degli uomini è gigantesca.

Ti ritrovi anche ad andare indietro nel tempo e a raccontarti frasi del tipo “io me la ricordo ancora mia madre ed il fatto che oggi non sia più tra i vivi non mi obbliga a dire che sia stata la migliore madre sulla terra, ma di sicuro è stata la miglior madre possibile per me, così come io da figlio so di essere stato altrettanto per lei.” 

E lì, in quel preciso istante, ti senti quasi miracolato.

Pensi che qualsiasi considerazione tu possa fare risulterebbe inutile e scomoda, che essere madre ai tempi d’oggi è più difficile che esserlo stato cinquant’anni fa, che il passato non insegna, che non si è mai pronti a nulla e che il mondo, a guardarlo dalla finestra del bagno, ha le sembianze di un palcoscenico osceno nella cui buca del suggeritore non c’è nessun Dio, e se c’è è balbuziente.

Insomma, a guardarla più da vicino la lettera M ha i contorni della resa, la mia, ma anche quella del mondo, il cui nome inizia anch’esso per emme ed il cerchio inquietante di questo mio scritto, dunque, si chiude in bellezza.

E’ una lettera ipocrita la M; ipocrita al punto da riunire in sé parole in natura incompatibili come Madre, Mondo, Male, Morte e “nemmeno un po’ di Mare a trascinarci via” giusto per parafrasare a modo mio il caro vecchio Ruggeri.

“Tu. Dietro a persiane color verdinverno, a vigilare ch’io regga la strada, come a voler ancora essermi madre; da lì.”

Il Conte Nudo

Immagini dal web

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