Cammino lentamente come se accelerare il passo mi portasse a perdere il tempo che oggi voglio concedermi.

La via è quasi deserta.

L’inverno le persone le porta via troppo velocemente.

Accendo una sigaretta e mi fermo davanti ad una vetrina, distrattamente guardo i ripiani e poi allungo lo sguardo altrove, la commessa ride guardando lo schermo del suo cellulare, mi sposto i capelli oltre la spalla e continuo ad osservarla.

Oggi si ride con poco mentre si ride di niente.

Inalo fumo e lascio un alone fittizio sul vetro davanti a me, lei non si è ancora accorta che ci sono io che la fisso qui da fuori.

Mi stanco e torno sulla mia strada. Rallento mentre sento un vociare nel buio del marciapiede. Qualcuno litiga, un uomo, una donna, parole vuote ma ricche di cattiveria. Perché non c’è più attenzione all’altro?

“Guardami, ti sembro un idiota?”

“Non lo sei, ma io avevo bisogno di sentirmi speciale, tu non ci sei mai!”

Li sorpasso con la testa bassa, non voglio sentire altro. Loro smettono e si allontanano.

Oltre la curva casa mia, qualche metro e una porta da aprire, un interruttore da premere, un paio di stivali da sfilare e poi guardarmi attorno come faccio ogni sera quando rientro dal lavoro.

Là fuori un sacco di distrazione e poi sono le attenzioni degli altri che ci mancano, quando forse siamo noi che non cerchiamo più il bello nelle cose che già abbiamo.

La chiave nella toppa è accompagnata dal brusio del televisore dei vicini e dalle voci acute dei loro bambini, che con frenetica impazienza raccontano delle loro giornate a scuola. Apro e mi fermo, ancora prima di sfilarmi di dosso l’inverno.

La luce è accesa, c’è della musica in sottofondo e il tavolo è imbandito.

Ho ancora la maniglia tra le mani, chiudere mi sembra un gesto troppo rumoroso, come interrompere un sogno.

“Vieni avanti, non mi piacciono le sorprese e lo sai.” Dico.

“Calmati.” Appare da dietro il muro. “Perché sei agitata stasera?”

“Perché mi distrugge l’indifferenza della gente, il non vedere, il fingere dei sentimenti.”

Mi guarda e mi abbassa il cappotto lungo le spalle mentre mi bacia lentamente la fronte “là fuori non siamo al sicuro amore.”

“Io non sono al sicuro da nessuna parte.”

Si stacca di colpo e mi guarda, ma non lo fa in modo leggero, comprensivo, è un denudarmi, uno scendermi nell’anima, uno schiaffeggiarmi internamente per ricordarmi che lui è lì con me.

“Stasera sono rincasato prima perché in ufficio c’erano solo casini e non ne potevo più, ho cucinato, pulito, apparecchiato, poi mi sono fermato e ho pensato che non serviva niente di questo a noi, è un piacere ma non è indispensabile, allora ho prenotato delle pizze e voglio mangiare sul divano davanti ad un paio di film in bianco e nero.”

Stavolta la porta la chiudo, era rimasta là dietro come una spettatrice ignara. Il calore di una casa per me perfetta, propagato sul pianerottolo. E poi noi.

Là fuori tutto è imperfetto, ma la miglior perfezione è quello che noi creiamo senza chiedere conferme ma solo ascoltandoci.

Debora Alberti

Immagini dal web

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