Zia Lina, viveva in uno di quei paesini del profondo sud dove il farmacista faceva anche il sindaco, dove tutti si conoscono e dove, ancora oggi, si sta con le porte aperte. La Signorina Lina, era proprio un bel tipo. Esile e con la pelle bianchissima, caschetto nero e occhiali grandi. Con gli uomini purtroppo non è stata fortunata. In gioventù si era invaghita di un ragazzo che frequentava l’osteria che lei assieme ai genitori ed al fratello gestiva. Al suo rifiuto, ho saputo, gli ha sgonfiato le ruote dell’auto. Come dicevo: era proprio un bel tipo la Signorina Lina!

Quando in estate andavo al paesello Zia Lina mi aspettava. Non vedeva l’ora di avere un po’ di compagnia e così dopo ogni pranzo con la scopa bussava sul soffitto per fare capire a me, che alloggiavo nell’appartamento al piano superiore, che era arrivata l’ora del caffè. Diciamo la verità: Il caffè, soprattutto al sud è “uno stile di vita” e ha una sua liturgia. Nel caso di Zia Lina, giusto per farmi stare un po’ di tempo in più, mi faceva il caffè con la caffettiera napoletana. “U cafè è più bonu” diceva. Così con le mani tremanti apriva la scatola di latta, tirava fuori uno scottex che posizionava sotto alla caffettiera, riempiva la caffettiera come si deve (va fatta la montagnetta con il caffè!) e la metteva sul gas. Poi prendeva lo scottex, e faceva cadere con accuratezza il caffè, che si era depositato sopra, nella latta.

 

Ho ricordi molto nitidi delle nostre chiacchierate e di quel prezioso tempo trascorso assieme. Ricordo che mi guardavo in giro in quella umile casa con i muri in pietra, il pavimento vecchio, qualche cornice con foto di nipotine sorridenti, il crocefisso sopra al letto, il rosario sul comodino. Il bagno era ricavato in un angolo della cucina e sopra era aperto, motivo per il quale credo di non aver mai fatto la pipì da lei. Era molto sola Zia Lina, lo si capiva anche dalla casa e chiacchierando, la mente le tornava sempre ai giorni felici e, il più delle volte, mi raccontava della sua osteria, del fratello Mimì e di come si stava bene una volta.

A distanza di due anni dalla morte di Zia Lina sono entrata nella sua casa. Ho preso la chiave lunga e pesante vecchia oltre 100 anni che apre il portone azzurro e che chissà in quante mani è stata tenuta. Il portone si è aperto senza fatica ed io sono entrata e quasi mi veniva da dire ad alta voce “permesso?”. Sembrava ieri che sentivo il profumo di caffè invadere quelle quattro mura dove il tempo è come rimasto fermo: Le tendine gialle alla finestra, la bottiglia di acqua con il bicchiere sul tavolo, il pacco di pasta iniziato e appoggiato sulla credenza.

La casa di Zia Lina verrà svuotata e non esisterà più. Al solo pensiero mi viene un po’ il magone e così mi sono permessa di aprire qualche cassetto per “salvare” alcuni effetti personali, e soprattutto, le foto. Ne ho trovate tantissime. Foto in bianco e nero di alcuni famigliari di Zia Lina, foto usate come cartoline e spedite dall’estero. Lettere scritte da un fratello da un carcere (durante la guerra), fogli di giornali del 1966 e tanti altri ritagli di vite che ormai non esistono più.

Devo ammettere di essermi sentita un po’ una ladra. Se non altro, una ladra di ricordi.

 

Mi sono permessa di prendere poche cose (tra questi un mio piatto finito chissà come tra quelli di Zia Lina) e mentre stavo per uscire, guardando per l’ultima volta quella casa  mi sono venuti un po’ gli occhi lucidi: non mi ero accorta prima che nel lavandino c’era, smontata e lavata, la caffettiera napoletana.

Ciao Zia Lina, il tuo caffè era buonissimo!  

@amoginstwit

 

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