Studio o lavoro? È l’emblema che si pongono i giovani nella società odierna. Alla veneranda età dei miei 37 anni, posso dire che è una scelta difficile e da ponderare bene perché, se da un lato è vero che imparare un ‘mestiere’ al giorno d’oggi è assai utile, è anche vero che il cosiddetto pezzo di carta, alias la laurea, lo è altrettanto poiché il lavoro scarseggia e la laurea fa curriculum (almeno all’estero). Si, all’estero, perché oggi l’ Italia non garantisce ciò che è necessario per la sopravviveza: il lavoro. Una prova di quanto ho scritto ci è data dal numero dei laureati che dall’Italia sono stati “costretti”  a traferirsi in altri Paesi per vedere soddisfatto quello che nel nostro Paese dovrebbe essere un diritto ed invece è diventato un privilegio, lavorare (solo nel 2015 sono stati 107. 000 i giovani che hanno lasciato la nostra nazione).

Anche per me non è stato facile inizare a lavorare, vi racconto l’ esperienza vissuta sulla mia pelle. Mi sono laureata a 26 anni in giurisprudenza e, a Settembre dello stesso anno, mi sono trasferita a Milano per cercare lavoro perché si sa che, al sud, il tasso di disoccupazione è più alto rispetto al nord.

Sono partita con una valigia piena di tanti sogni ma ho dovuto fare i conti con una dura realtà. Si ostica, perché non è tutto oro quello che luccica, perché nonostante la prima cosa che io avessi fatto sia stata di iscrivermi alle società interinali, mi sentivo sempre dire: “Non abbiamo proposte di lavoro per lei, perché non ha alcuna esperienza”. Inutile raccontarvi lo sconforto che provavo quando mi dicevano queste parole, i pianti pensando ai tanti anni di studio trascorsi sui libri, mi ritrovavo senza un ‘mestiere’ e senza un ‘lavoro’ ma solo con una laurea, il cosiddetto pezzo di carta che, in quel momento, avrei usato per fare altro (non specifico cosa). Tutte le porte, al di là delle quali vedevo il mio futuro, erano chiuse; preciso che non mi ero iscritta solo alle agenzie interinali vicino casa mia ma su tutta Milano, la voglia di lavorare era tanta.

All’ennesima esaminatrice, che mi disse la solita frase, risposi (leggermente stizzita forse perché esasperata): “E’ vero che non ho esperienza ma, se continuate a negarmi il lavoro, l’esperienza di cui tanto necessitate non la farò mai in alcun campo! L’esperienza si fa lavorando ma voi la richiedete per lavorare, è un cane che si morde la coda!” La ragazza mi guardò con occhi spalancati e mi propose un colloquio in un’azienda che cercava operatori di call center, si lavorava su commesse.

Il lavoro era su turni e io, data la situazione, accettai comunque e senza remore. Essendo l’ultima arrivata, mi assegnavano sempre il turno di notte, quello fino a mezzanotte per essere più precisi , per tornare a casa prendevo il taxi, metà del mio stipendio andava via cosi perché, a mezzanotte e in pieno inverno, non mi sfiorava nemmeno l’idea di prendere i mezzi pubblici.

Il lavoro non mi allettava molto ma dovevo pur iniziare, “per arrivare in cima bisogna prima scalare la montagna” mi dicevo da sola, “almeno sto facendo la cosi tanto acclamata esperienza”, mi rincuoravo. Lavoravo e, nel frattempo, cercavo un altro lavoro che avesse orari più consoni ad una ragazza di 26 anni non automunita, che si muoveva in città con bus , metro e, ahimè, taxi.

Poi c’è stata la svolta lavorativa e, senza dubbio, ora sono soddisfatta e ho scongiurato l’opzione ‘estero’ ma ho un tarlo che mi logora il cervello: perché, se L’italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro (Art 1 cost), è un’ impresa ardua cercarlo al punto da sentirsi già stanchi psicologicamente? Un brillante laureto in Italia viene messo di fronte ad un bivio dalla realtà dei fatti: o essere sfruttato e sottopagato in Italia o andare all’estero dove gli vengono riconosciuti i meriti e gli onori. Nella maggior parte dei casi si opta per la seconda scelta, si diventa cosi figli illegittimi di una madre snaturata: la propria Patria.

Giovanna Viola alias @GViola16

immagine presa dal web

Condividi

Lascia un commento