Ossessione pericolosa

La notte era fredda, faceva un certo effetto percorrere la strada a quell’ ora di notte. Sperava  che non passasse alcun conoscente, una brava ragazza come lei doveva essere a letto a quell’ ora e non a gironzolare per la città. Aveva il giubbino con il bavero azato e un cappello ma sapeva di essere ancora riconoscibile. Erano mesi che percorreva quella stessa strada ma nulla era cambiato, nulla aveva scoperto, eppure era convinta che prima o poi qualcosa sarebbe successo, ci sarebbero state novità. Era quasi arrivata a casa, buttò un po di fiato sulle mani per riscaldarle, faceva cosi freddo che aveva le dita indolenzite nonostante i guanti. Entrata in casa, cercò di non fare rumore, non voleva svegliare suo marito, l’avrebbe di sicuro rimproverata. Si tolse le scarpe e salì a piedi scalzi in camera da letto, la moquette evitava il contatto con il freddo del pavimento. Indossò la camicia da notte in bagno ed entrò in camera, appena si rimbocco’ le coperte, la stanza fu piena di luce. “Ogni mese la stessa storia, quando ti convincerai che tuo figlio non c’è”? La voce adirata del marito le rimbiombava nelle orecchie. “Ma Ester ha detto che..”, non riuscì a finire la frase, “Ester può dire quello che vuole, è solo una vecchia rimbambita che si atteggia a maga e cerca di racimolare qualche soldo abbagliando i creduloni come te”, la aggredì. “Tu non capisci..”, provò a giustificarsi, “io non capisco e non voglio capire, questa storia deve finire. Hai fatto quello che hai potuto per quel bambino ma devi accettare la sua scomparsa”. Bianca capì che era inutile discutere, suo marito si sarebbe arrabbiato ancora di piu. Preferì tacere ma in cuor suo sapeva che la sua amica maga aveva ragione; se avesse ripercorso la strada dove aveva visto per l’ultima volta il bambino, avrebbe trovato qualche indizio; lei non si sarebbe arresa solo per una sfuriata. Con qualla convinzione nella mente si addormentò.

Era trascorso un altro mese, era il giorno del rituale e doveva escogitare un piano per uscire quella notte, il marito le aveva lasciato capire che non avrebbe tollerato altri comportamenti di quel tipo ma lui non  poteva capire la sofferenza di una madre alla quale veniva strappato un figlio, anche perché non era figlio suo. Si, lo aveva amato comese fosse suo, lo aveva amato fino a quando il padre biologico non lo aveva rapito e portato via. Suo marito si era rassegnato all’assenza del bimbo perché erano ormai trascorsi tre anni e nessuno aveva saputo dare loro una notizia positiva ma lei non si era arresa, lei non si sarebbe mai arresa. La sua amica maga le aveva dato delle speranze, le aveva detto che percorrendo determinate strade alle due di notte, le forze positive le sarebbero venute in aiuto e le avrebbero lasciato degli indizi che l’avrebbero aiutata a trovare il piccolo.  “Io ti troverò”, disse con fermezza guardando la foto di suo figlio, decise di recarsi in farmacia per comprare un sonnifero da utilizzare per il marito quella sera.

Il lieve russare del marito significava che dormiva, avrebbe potuto finalmente eseguire la sua missione senza litigi e senza prediche. Si alzò piano piano e si vestì. La notte era fredda ma non piu delle altre, inoltre era nulla rispetto al freddo che aveva nell’anima. Ripercorse la strada che l’amica maga le aveva indicato, nella speranza di trovare qualche messaggio. Mentre percorreva la strada, sentì premere con forza sul suo naso, vide un fazzoletto e perse i sensi.

L’odore di muffa le stuzzicava le narici e starnutì, si svegliò di soprassalto e si spaventò non riconoscendo il suo ambiente. Toccò con le mani il terreno circostante e notò che il pavimento era grezzo, non c’erano piastrelle,  si trovava in una cantina; la luce che penetrava dall’esterno era debole, socchiuse gli occhi per mettere a fuoco la stanza ma riuscì a scorgere solo poche cianfrusaglie. Sentiva anche un altro odore, si guardò interno e vide dei sali accanto vicinissimi a lei. Si mi se a sedere e si massaggiò le tempie. Chi li aveva portati? Dove si trovava? Perché era lì? Sentì dei passi avvicinarsi e si rannicchiò in un angolino della stanza, aveva paura, tanta paura. La persona si fermò dinanzi alla sua porta per poi continuare a camminare, i passi  poco a poco furono sempre piu lontani. Doveva scappare, doveva trovare un modo per allontanarsi, suo marito aveva ragione, era tropppo pericoloso e lei era stata una stupida a non dargli retta. Si alzò e provò ad aprire la porta lentamente ma , come aveva immaginato, era chiusa a chiave. Si guardò intorno per farsi venire un’idea ma non vide nulla che potesse fare al caso suo. I finestroni di vetro erano molto alti per raggiungerli, c’era un congelatore sulla parete opposta, provò a spostarlo ma era pesante, avrebbe dovuto svuotarlo. Cercò qualcosa per aprire quella serratura piccolissima, controllò tra le cianfrusaglie nella stanza e trovò un martello con cui ruppe il lucchetto. Aprì il congelatore e capì il motivo di quella pesentezza, era pieno di buste di ghiaccio. Iniziò a toglierle e ad un certo punto le apparve il volto del suo ex marito con gli occhi spalancati. D’istinto lanciò un urlo di terrore e fece un passo indietro. Iniziò a tremare e a piangere ma si fece coraggio e si riavvicinò al congelatore. Con mani tremanti tolse gli altri blocchi di ghiaccio e, quando il corpo fu libero, alzò il cadavere. Per fortuna ciò che temeva di vedere non c’era, suo figlio non era lì.

Adagiò di nuovo il cadavere sul fondo, e risistemò i blocchi di ghiaccio, continuava  piangere sia per lo spavento che per il sollievo momentaneo, era consapevole che il fatto che suo figlio non si trovasse col padre non significa fosse ancora vivo ma almeno per il momento non aveva la certezza del contrario. Doveva scoprire cosa era accaduto a suo figlio, dove si trovava e cosa era successo al suo ex compagno. Decise di fingere di dormire per studiare i movimenti del suo carceriere perché di sicuro lui era a conoscenza della verità e lei l’avrebbe saputa, costi quel che costi. 

Il rumore della maniglia che girava e il cigolio della porta che si apriva le misero agitazione ma cercò,  per quanto possibile, di avere un respiro regolare. Socchiuse gli occhi e vide un uomo con guanti e cappuccio nero che le dava le spalle e rovistava tra le cianfrusaglie sugli scaffali. Prese qualcosa che non riuscì a vedere perché lui si girò e lei chiuse di scatto gli occhi. Cammino’ verso di lei e le si fermò davanti,  lei aveva il cuore che le martellava dalla paura, temeva che anche lui sentisse i suoi battiti, invece si allontanò e richiuse la porta ma non a chiave.

Aveva temuto per la sua incolumità ma era ancora viva. Si insospettì perché la porta non era stata chiusa a chiave, semplice dimenticanza? Preferì non lasciare il nascondiglio perché non sapeva cosa ci fosse all’esterno ma neanche poteva aspettare a braccia incrociate, doveva fare qualcosa, doveva avere un’arma con cui difendersi. Decise di nascondere un pezzo di ghiaccio da utilizzare all’occorrenza. Si mise in ascolto per sentire il rumore dei passi e quando finalmente capì che qualcuno stava per arrivare, si distese fingendo di dormire, il pezzo di ghiaccio nella sua mano. Sentì che qualcuno le toccava le gambe con il piede per farla svegliare, lei trattenne il respiro piu che poté e quando si accorse di avere il viso a poca distanza dal suo, lo colpì con violenza all’altezza dell’ occhio sinistro. Lui imprecò portandosi le mani al volto, vide il sangue colargli sulle dita, la maschera si era strappata all’altezza del colpo. Lei gli si avventò contro con pugni e calci facendolo indietreggiare e continuando a colpirlo. Lui cadde in ginocchio su se stesso e incominciò a piangere come un bambino. Lei si fermò e chiese: ” Dov’è mio figlio?”Lui non rispose allora prese un pezzo di ghiaccio grande da congelatore e puntò alla gamba ferita. “Dov’è mio figlio?”Lui si tolse la maschera e la guardò.”tu?!”esclamò senza credere ai suoi occhi, nonostante il volto insanguinato lo aveva rivonosciuto: era il figlio della sua amica maga. La lastra le cadde con un tonfo assordante scardandosi.

“Non è stata colpa mia, è stata mia mamma”.

“Dov’è mio figlio?”

“Sta bene, non preoccuparti, è a casa di mamma”.

“Raccontami tutto e sii sincero o non sarò cosi clemente.”

“Abbiamo rapito tuo figlio e suo padre, la mamma diceva che ti avrebbe circuito per sganciarti dei soldi ma poi le hai raccontato di tuo marito sempre piu sospettoso e ha deciso di rapire te e chiedere il riscatto a lui”.

“C’è un uomo in quel congelatore, non l’avete rapito ma ucciso”! esclamò con veemenza. “È stato un incidente, non volevamo” si difese. “Portami da mio figlio”, gli ordinò prendendo un cacciavite e nascondendoselo in tasca. Lui si alzò zoppicante e insieme lasciarono la cantina in direzione  dell’appartamento. Quando la maga aprì la porta rimase a bocca aperta guardando suo figlio conciato in quel modo e chi lo aveva ridotto cosi. Un bambino uscì da una stanza gridando :”mamma mamma”, lei si abbassò e lo abbracciò. Senti un colpo sulla spalla, si giro appea in tempo per vedere la maga munita di bastone, senza penaarci oltre, le conficco’ il cacciavite nella gamba facendola urlare e contorcersi dal dolore.  Prese suo figlio per mano, lasciando entrambi i rapitori doloranti e feriti, e presero la strada del ritorno. Non si stupì degli sguardi della gente, era tutta sporca e aveva i capelli scompigliati ma nella sua mano stringeva quella del suo bambino. In lontananza scorse le sirene della polizia e sorrise.

The end

Giovanna Viola alias @GViola16 

Immagine presa dal web

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