Qualche giorno fa è stato il tuo compleanno.

Mentre ancora ero avvolta dalle coperte pensavo al fatto che non ne ho mai festeggiato uno con te.

Ricordo una foto tra le tue braccia e davanti una torta con cacao e fragole ma non era per noi due, ma per mio fratello che sedeva alla tua sinistra.

Venivi a trovarci in primavera e mi cantavi sempre “lo sai che i papaveri son alti alti alti ma tu sei nata paperina che cosa ci vuoi far” da “Papaveri e Papere” perché in cascina crescevano quei fiori rossi così alti che io ancora piccina mi ci nascondevo in mezzo.

Sorridevi e non posso ricordare neppure il suono della tua voce che intonava quelle strofe e il tuo profumo e la durezza delle tue mani che hanno lavorato la terra per una vita intera.

Ci siamo visti poche volte, credo non più di cinque negli stessi anni della mia vita ed è strano come più trascorrano e più la tua mancanza sia forte, sebbene di te non abbia che il ricordo di foto e di una sola sensazione: un qualcosa di forte, come che se fosse una violenta contrapposizione all’affetto per te e l’avere paura di te, perché quando arrivavi io scappavo sempre, non venivo mai ad abbracciarti, mi nascondevo sotto il tavolo, fino a che con pazienza tu non mi raggiungevi e mi sorridevi in modo dolce.

Solo da quando la tua mancanza è diventata quasi insopportabile so perché succedeva, perché io sentivo il tuo soffrire, come se nel mio cuore di bambina sapevo che saresti stato il primo a lasciarmi e di te non avrei potuto custodire nulla se non i ricordi di mamma di un te padre andatone troppo velocemente, di un uomo buono rimasto orfano di padre a 6 mesi e di madre a 3 anni e cresciuto da due zii che stravedevano per lui, un uomo che ha fatto della sua famiglia un regno forte.

Un uomo, ma per me un grande nonno di cui tengo stretta ora una foto del 1991, l’ultimo Natale con noi. Io sulle tue ginocchia con indosso un maglioncino rosso con un bel fiocco bianco sul davanti, come se fossi un pacchetto da scartare, vicino a quell’albero ricco di fronzoli.

Ultimamente sono spesso nostalgica, ma forse perché in un determinato periodo della propria vita viene quasi naturale mettere insieme pezzi o provare a rivivere il passato per sentire chi c’era e come.

Ero troppo piccola per capire che tu avevi iniziato un viaggio diverso, so solo che quando ritornò la mamma da quel lungo viaggio per venire a salutarti, io aprii la porta e la vidi in cima alle scale e mi scoppiò il cuore di felicità, so che il mio abbraccio riuscì a colmare un pochino il vuoto di te, tu che la chiamavi ogni mattina alla stessa ora, perché come dicevi sempre alla nonna “quelli vicini sono importanti ma non dimenticarti mai di quelli lontani.”

Ciao nonno, forse non ho mai avuto la forza di chiamarti così mentre avevo paura, ma ora so che non era di te, ma di quella brutta malattia che ti ha portato via da noi 25 anni fa.

Debora Alberti per @tantipensieri

immagini dal web

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