La sera della Prima

Esco dall’ufficio, imbocco Via Manzoni, costeggio La Scala e sbuco all’angolo di una famosa boutique di moda.

L’aria è piacevolmente tiepida anche se la giornata volge al termine e la notte inizia a manifestarsi con il suo buio sovrano. Aleggia profumo di capelli lavati e di preziose essenze spruzzate sulla pelle.

“Milan l’è semper Milan” penso mentre noto il bellissimo Palazzo Marino di fronte a me illuminato “a festa”.

Il mio sguardo vaga da un lato all’altro della piazza. Ne rimango affascinata, rallento e mi fermo ad ammirarla. Poi, ricordandomi che a casa qualcuno mi aspetta, affronto coraggiosa la strada con il semaforo risaputamente “corrotto”: Ti lascia appena il tempo di notare il verde per poi diventare rosso appena inizi l’attraversamento.

A Milano perfino il semaforo è di corsa e io di certo non faccio eccezione. Mi ‘scontro’ con un gruppo di turisti giapponesi distratti che arrivano dalla parte opposta della strada e noto che hanno in una mano la macchina fotografica e nell’altra un pieghevole del Teatro della Scala.

Svelato l’arcano del frenetico viavai: stasera c’è La Prima alla Scala!

Verrà rappresentata la famosa opera lirica ‘Andrea Chénier’ di Umberto Giordano. Ma qui non siamo a Parigi ed il terrore della Rivoluzione Francese e di Robespierre che imperversava, con Milano, c’entrano poco.

Mi avvicino alla Galleria Vittorio Emanuele che da sempre mi affascina con la sua sontuosa imponenza. Sento in lontananza le note di un pianoforte. La melodia suonata in fa diesis per un attimo mi cattura ma due signore distinte che parlottano in francese attirano la mia attenzione: “Ah, c’est magnifique!” esclama una delle due madame che ammira i mosaici incastonati nel marmo. Oui, lo penso anche io, mi verrebbe da risponderle. I mosaici sono un magnifico ricordo di un tempo senza tempo. Oltrepasso la libreria storica, il locale alla moda e guadagno il centro della Galleria gustandomi la varietà di persone che mi circondano.

Il pianista concentrato suona la sua melodia triste, qualcuno assorto lo ascolta, una ragazza con il cappotto rosso rallenta, un signore distinto con il cappello va oltre, altri ancora sono intenti a farsi i selfie con sorrisi impostati ad hoc. Dietro il pianista dei turisti calpestano le palle del toro sperando nella promessa fortuna, mentre poco più in là una serranda stridente viene abbassata.

E’ ora di chiusura, penso. Noto con la coda dell’occhio un cameriere portare una pizza al tavolo di una coppia elegante con la pelle ambrata, che, una volta tornata a casa, elogerà la cucina italiana e si lamenterà dei prezzi alti.

Esco dall’altra parte della galleria, sbuco in piazza e il mio sguardo si perde tra le guglie del Duomo, testimone silenzioso della vita milanese.

Lascio Milano ai turisti e prendo la metro. A casa il gatto impaziente aspetta la sua padrona.

@amoginstwit per @tantipensieri

 

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