Ho conosciuto Stefano, un ragazzo simpatico,  mentre parla  noto l’accento mezzo romano ed allora mi è sorta una domanda, quindi gli chiedo “perché hai scelto Genova?”  e lui: “ho scelto Genova per De Andrè”.

Quando ha saputo che ho conosciuto personalmente Faber mi riempie di domande, e racconto brevemente la mia storia, ad esempio di come incoraggiai l’input per l’asta della chitarra, la mitica “Esteve” con l’amico Gianni Tassio che aveva lo storico negozio di musica in via del Campo, e di quella volta che  la chitarra passo la notte a casa mia prima di una serata tributo per l’anniversario della sua morte (la nascosi sotto al letto come  tesoro prezioso, e ci dormii sopra).

Con Stefano ci mettiamo a chiacchierare come se ci conoscessimo da tanto, forse è proprio il poeta che ci fa avvicinare così alle persone, mi racconta che ha sempre voluto vivere nella stessa città del suo cantautore preferito e allora mi fa lui una domanda “ma questa città che ha cresciuto De Andrè lo conosce?”    Ecco bella domanda, ho dovuto convenire che per la verità metà dei genovesi o quasi non ha mai sentito le sue canzoni, oppure è successo per sbaglio, eppure non c’è nessun altro che meglio di lui abbia saputo cogliere l’anima di questa città.  

Una cosa che mi fa imbestialire è proprio la tendenza che esiste soprattutto in Italia (forse per le sue radici cattoliche) di riconoscere i meriti delle persone e celebrarle solo dopo la morte.  Come se la morte nobilitasse.  

Fabrizio De André avrebbe adesso 77 anni, appena è morto, ed era abbastanza giovane, tutti si sono accorti che non era uno strimpellatore, ma un vero cantautore, un autentico poeta a tutto tondo.   Io penso che se Faber avesse cantato in inglese, in francese o in qualsiasi altra lingua sarebbe stato una star internazionale.  

Alla nascita mio padre volle fortemente darmi questo nome che ha segnato tutta la mia vita, dopo poco un cantautore Fabrizio De Andrè compone “La canzone di Marinella”.   

Il destino penso ci mise lo zampino perché tutta la mia vita è stata segnata  in ogni mia cosa da lui,  ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente è stato un periodo di cui conservo un prezioso ricordo.

Ero molto giovane e quella che allora era la mia quasi suocera, aveva un ristorante in Via del Campo dove lui,  Paolo Villaggio e altri venivano a mangiare (vi conobbi Gian Maria Volontè e un Benigni ancora sconosciuto ai primi passi)

Ho conosciuto anche la prima moglie di Fabrizio, Enrica e poi Cristiano,  più tardi molti altri, ricordo ancora l’emozione che provai quando conobbi Fernanda Pivano, splendida persona! … quando ho incontrato per la prima volta Fabrizio era proprio all’inizio della sua carriera,  ombroso, timido, a dire la verità  la prima impressione  fu di antipatia perché lui bisognava conoscerlo, starci insieme ed entrare nel suo mondo, fatto di musica e parole, con la chitarra in mano e in compagnia di amici cambiava, ti ci trascinava dentro ti  incantavi a starlo ad ascoltare, era un piacere conversare con lui, era sempre una lezione di vita, ci fece scoprire le poesie di Edgar Lee Masters, popolate di spiriti dalle varie sfumature, di Antoine Pol e poi Charles Baudelaire, come  diceva lui: cantori di quei sentimenti che l’amore scatena.

Una persona semplice, sempre, anche quando divenne famoso, con quel suo modo di fare sobrio, comune, misurato, nient’affatto altezzoso, insomma c’eravamo abituati a considerarlo uno di noi, lui il poeta con la vigorosa stretta di mano.  Dori la conobbi dopo la sua morte e proprio in occasione dell’inaugurazione di un pub (dell’allora mio marito) il locale era dedicato a Faber e divenne un ritrovo di cantautori e di estimatori amanti di Fabrizio.

…ma questa è un’altra storia …

Marinella per @tantipensieri

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