È senza dubbio una delle canzoni di Luciano più intense e struggenti che, con un mix perfettamente calibrato di musica e parole, riesce a riprodurre l’esatta sensazione che si prova quando a tornarci tra le mani è un pezzo di quello che siamo stati, un souvenir poco turistico e molto intimo, in grado di sospendere per un attimo il tempo presente e di trasportarci, con modalità catapulta, in un passato che, se anche non distante temporalmente, è invece lontanissimo sul piano percettivo. Una foto, uno stralcio di canzone, un odore: un frangente in grado di contenere un’intera storia d’amore, così ho sempre interpretato la canzone, in quell’appellativo “Bambina” che ci richiama tutti a fare i conti con i flussi che passano e noi che cambiamo, anche senza volerlo e pur senza accorgercene; un piccolo frammento, quel souvenir, che richiama i contrasti dell’intero di cui faceva parte addolcendoli e attenuandoli, eppure sempre in grado di travolgerci con l’usuale forza dirompente delle piccole cose e allo stesso tempo già pronto, con mano tenera e familiare, a darci una pacca sulla spalla, mentre ci sussurra forte “la, la, la, la, la, la…”.

Non ritorneremo a essere quello che siamo stati, anche se il mio naso all’insù di ingenuità e speranza continuerà a tracciare la scia leggera del sentiero dove mi troverai intenta a cercarmi un’altra volta; tu, forse, inseguirai ancora il sogno di una macchina dalla grossa cilindrata, o forse no.
Guarda il resto: è rimasto lo stesso, anche se per forza diverso; un nuovo intento smuove lo sguardo di sempre, solo noi siamo cambiati senza che neanche ce ne accorgessimo. Non c’è bisogno che nessuno me lo ricordi: so che ti ho perso per la mia voglia di avere altro. Altro con sembianze di uomo, altro con sembianze di spazio. Tendevo verso l’altro di un’altra dimensione, ma sarei rimasta ore, giuro, a farmi dondolare sull’altalena del tuo giardino, appesa alle tue mani che non avrei mai più toccato, se non dentro questa canzone. Poco cambiata, per niente scontenta, non l’avresti mai detto; io sì, l’ho sempre saputo che il mio vizio era il vezzo accavallato tra inquietudine e irrequietudine, una forte smania ad avermi tutta. Avresti accettato anche quello, come la torta bruciata di un compleanno, accompagnata da un biglietto con nemmeno scritto “Ti amo”.

Ma una sera di aprile verrai a fare capolino dentro le mie cose di adesso e avrai tutti i colori dell’amore perduto senza fretta. Metterai in ordine di grandezza i peluche a penzoloni sopra il letto e ti sdraierai al mio fianco, con il tuo odore di fresco e di mancanza. Ci addormenteremo con le labbra appoggiate e il respiro perso nel sonno delle ore passate a progettare un futuro che non avremo. La scatola dei ricordi, messa in fondo al fondo delle fortunate coincidenze, sarà il tocco della spada di Cyrano, quando la prenderemo sulle gambe e con le braccia la apriremo facendoci ancora del male.
La mia mano che ti chiede di ballare non avrà rifiuto ma presa stretta, e nel volteggio dolce della nostalgia piangeremo un poco, ridendo come si fa davanti a una gioia inaspettata.

Ora però, lasciamoci stare, è buona cosa da farsi. La colpa non sta nel mezzo: la colpa è ovunque e da nessuna parte. Torniamo alle nostre faccende, al ticchettio dei tasti del computer, ai suoni familiari. Il tempo del ricordo è la mezz’ora prima di qualcosa di importante e noi stiamo per scendere le scale e andare ognuno nella propria direzione. E mentre i tuoi occhi neri, con le movenze di un granchio, si son fatti sempre più lontani, la tua assenza come un tir ha squarciato le mie membra. Non averti più è stata la passività più atroce contro cui mi sono dovuta attivare, per non morire sola tra le mie braccia. Chiudi la porta, non a chiave.

Ma una sera di giugno verrò a fare capolino dentro le tue cose di adesso, e rimetterò le foto, della cameretta che non abiti più, com’erano una volta. Noi eravamo in ogni dove e io, sulle tue ginocchia, saltellavo tra convinzioni inesatte e monolitiche. Ci addormentavamo con le labbra appoggiate e il respiro perso nel sonno delle ore passate a studiare mastrini e teorie economiche. La scatola dei ricordi, messa in cima alla cima delle contingenze dannose, sarà il suono di campanello inaspettato, quando la prenderemo sulle gambe e con le braccia la apriremo senza più farci del male.
La tua mano che mi chiede di ballare non avrà rifiuto ma presa stretta, e nel volteggio dolce della malinconia ci rideremo su, piangendo come si fa davanti a un film che ci rappresenta.

Alessandra Corbetta

immagini e video dal web

www.alessandracorbetta.net

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