Io lo ricordo benissimo quel 16 Marzo del 1978.

Ero al liceo, e già alla seconda ora la notizia del rapimento di Moro era di dominio pubblico, le radio e le televisioni di ogni casa erano sintonizzate sui radio e telegiornali straordinari che diffondevano servizi messi in piedi in pochi minuti, immagini drammatiche e interviste improbabili.

La mia scuola era a duecento metri dalla casa del divo Giulio (Andreotti), già superprotetta, e la scorta fu rafforzata al volo. Noi ragazzi affacciati dalle finestre di Corso Vittorio Emanuele ci godevano, incoscienti, il via vai delle mille auto delle forze dell’ordine che sfrecciavano impazzite sfiorando incidenti, passando sui marciapiedi quando impossibilitate a fare diversamente, gli automobilisti imbottigliati in un traffico impazzito, ma muti, inebetiti, tutti all’ascolto della radio, senza protestare, senza suonare il clacson.

Ecco, questo è il mio personale ricordo delle prime ore.

E poi Roma divenne una città strana, come addormentata, la gente camminava silenziosa, bisbigliava, parlava sottovoce nei negozi, commentando l’avvenuto, facendo mille ipotesi azzardate o di buonsenso su quanto sarebbe poi inevitabilmente accaduto.

E da lì furono giorni di posti di blocco in ogni dove, composte anche da militari non adatti. A tal proposito ricordo un amico carabiniere, campione del mondo militare di judo, che messo in pattuglia e racimolati in fretta i pezzi della pistola sparsi in diversi posti nella sua casa, nello scendere di corsa dall’auto per un controllo di un’auto sospetta, prima gli cadde il cappello, poi per fermarlo, anche la pistola.

E ricordo il padre di un mio amico, che aveva lasciato i documenti a casa, fermato a un posto di blocco dichiarò di chiamarsi Re Umberto. Fu portato in caserma, poi lo rilasciarono, scoprendo che era in effetti così, Re di cognome, Umberto di nome.

Ma l’episodio che più mi appartiene, personale, inquietante, è un altro.

Io abitavo a poche centinaia di metri in linea d’aria dal luogo del rapimento, la ormai famigerata via Fani. Esisteva una strada privata chiusa da una sbarra senza lucchetto che noi ragazzacci usavamo come scorciatoia con il motorino nelle scorribande verso la Balduina. Bastava alzarla e si mettevano in collegamento due quartieri, la Balduina con il quartiere Aurelio.

I vecchi, nei negozi, al bar sotto casa iniziarono a dire, sin da subito, che la via di fuga era stata quella, che il furgone bianco era transitato davanti al loro bar per poi girare verso nord alla prima traversa costeggiante il parco pubblico.

Ecco, questo è quanto ho sempre sentito raccontare da mio padre e dai suoi amici, e quando li ascoltavo mi raccomandavano sempre di tenere per me questa cosa. Io ero sbigottito, pensando che la vecchiaia li avesse colti anzitempo.

Questo particolare è sempre rimasto nella mia memoria, forse un po’ dimenticato ma non troppo.

Perché anni dopo, molti, circa trenta, vedendo in televisione uno dei tanti programmi rievocativi di quei giorni, cuore dei terribili anni di piombo, un giornalista ripercorse la strada, che dagli atti giudiziari era emersa come certa, che i brigatisti avevano effettuato quella tragica mattina.

Facile no? Era proprio quella che i vecchi del quartiere avevano già individuato con certezza, mentre io invece scambiai i loro discorsi per i primi sintomi della demenza senile. E il furgone era veramente bianco.

Ecco, questo è il mio personalissimo ricordo, al tempo stesso il mio mistero. Uno dei tanti della vicenda, uno che va ad aggiungersi ai molti ancora in piedi. Ma nessuno sa, ha saputo dirmi, come fosse stato possibile per loro sapere con assoluta certezza che Moro passò di lì in un furgone bianco.

Ho tanti altri ricordi di quel giorno, di quei giorni. Però la cosa che sicuramente ricordo meglio oggi, a distanza di quarant’anni, che per gli adolescenti come me quel giorno contribuì in maniera decisiva a farci perdere la spensieratezza della gioventù. Che non avremmo mai più ritrovata, almeno per come l’avevano percorsa.

Sthepezz (Conte27513375) per @tantipensieri

(immagine dal web)

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