La scrivania di legno scuro appoggiata contro il muro con la finestra più grande. La tenda spessa e pesante raccolta da una parte scopre il vetro leggermente appannato, rigato di pioggia. Il temporale rumoreggia in lontananza e la luce azzurrina del maltempo entra nella stanza debolmente illuminata da una lampada antica col paralume di seta. Nel suo alone avvolgente danza una polvere sottile, quasi impercettibile, materializzazione delicata del passaggio del tempo. Una tazza fumante a intorpidire le dita, lo sguardo assente fisso sul mondo che si sta inzuppando, sul cielo che si sta sciogliendo in pianto. Fogli sparsi in attesa di essere riempiti, accartocciati tentativi di inizi, discorsi lasciati in sospeso, idee prive di scopo. La stilografica appoggiata sul blocco bianco spande sangue nerissimo. In un angolo, il computer acceso su una pagina nuova, il cursore lampeggia scandendo ciò che non arriva, battiti d’ali che non volano più. Sul pavimento si ammonticchiano romanzi di vario genere, nel tentativo di trovare i miei pensieri espressi da qualcun altro, una firma capace di spiegare ciò che io, in questi giorni, non riesco.
L’ispirazione è un soffio sfuggente, guizza inafferrabile, gioca a nascondino e se ne va. Anche quando se ne avrebbe più bisogno, soprattutto quando se ne avrebbe più bisogno. Affidare alla carta i trascorsi per fare posto nell’interiorità, per predisporre lo spazio per nuove emozioni, avendo archiviato il passato al sicuro.
«[…] questa vita che a volte sembra poter andare in ogni dove e poi s’interrompe in mezzo a una frase» ripetono le labbra senza emettere suono. È una citazione di Jón Kalman Stefánsson, scrittore islandese contemporaneo, autore dell’ultimo libro nel quale mi sono persa, Luce d’Estate ed è subito notte. Lui, che nella desolazione della freddissima isola abitata solo grazie alla corrente del golfo che ne lambisce le coste, recupera tutto ciò che gli serve per difendere poesie e intrecciare fili di storie significative lasciando sempre, sulle mani, tocchi di filosofia e giri di perle.
Credo sia la caratteristica dei veri grandi, capaci di dire tanto con poco, di essere tanto nonostante siano circondati di poco, di buio fitto e di inverno.
E io sono qui, a permettere alla mia giornata di girovagare altrove e alle mie frasi di interrompersi.
C’è soltanto un modo per salvarmi, in questi casi. Per arpionarmi alle pareti e risalire il baratro deprimente nel quale sono precipitata: la musica, la mia musica.
Mi alzo decisa a darmi una soluzione, apro il leggìo, sfoglio gli spartiti, stringo il flauto traverso e suono. Il martellare insistente della pioggia battente è il metronomo, il cuore accelera appena, le dita si avvicendano tra le chiavi e il mio respiro diventa armonia. Alterazioni, diesis, bemolli e bequadri, scale, pentagrammi, voci, cori, variazioni di tema. Mi rivedo sul palco di qualche anno fa, contenta, orgogliosa di me, flautista. Entro in un’intoccabile bolla fluttuante così alta e vicina all’infinito da far venire le vertigini. Sono l’unico spettatore del mio solitario concerto adesso. Sono un’unica cosa col mio strumento argentato. Lacrime inaspettate salgono agli occhi e scendono calde lungo il viso, sorrido tra me e me, travolta da incontrastate onde di dolce sentimento e verità, disperazione, gioia e richiesta d’aiuto, imperdonabile debolezza, forza, consolazione rassicurante e amore.
Prende vita la melodia di tutto ciò che non sapevo raccontare, le immagini che non potevo vedere, le parole che non riuscivo a scrivere.
E per completare le mie frasi interrotte, forse, avevo solo bisogno di note, tantissime note.

@babyLux_93 per @tantipensieri

immagini dal web

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