“Se qualcuno di voi sarà qui nel giorno della mia morte, sappia che non voglio un grande funerale e se incaricherete qualcuno di pronunciare un’orazione funebre, raccomandategli che non sia troppo lunga. Ditegli di non parlare del mio premio Nobel, perché non ha importanza. Dica che una voce gridò nel deserto per la giustizia. Dica che ho tentato di spendere la mia vita per vestire gl’ignudi, per nutrire gli affamati, che ho tentato di amare e servire l’umanità”.

Nessuno poteva riassumere meglio la sua vita (straordinaria) di come abbia potuto far lui, Martin Luther King.

La sua biografia non ci interessa in fondo poi tanto, non ci serve per comprendere un uomo che ormai è leggenda, mito ed esempio. Tranne per il fatto che se oggi siamo qui, è per ricordarne la morte, a distanza di cinquant’anni.

La sua biografia non ci direbbe nulla di più sulla grandezza di un uomo cui il destino ha riservato una strada, una missione unica, quella di parlare al cuore della gente, farla alzare in piedi e farla incamminare verso la giustizia.

MLK si rivolgeva principalmente alla gente di colore, volevo abbattere la segregazione razziale vigente, ma non solo, rappresentava una minoranza per rappresentarle tutte, non solo quelle razziali, ma anche religiose e di censo.

Per ricordarlo ho scelto alcuni episodi della sua vita, a mio gusto personale, probabilmente pochi per descrivere una vita breve ma intensissima.

Cento anni dopo l’abolizione della schiavitù, negli USA, le cose non erano proprio tanto differenti da come lo erano ai tempi di Lincoln, forse solo non si aveva il potere di vita o di morte sui propri schiavi, le condizioni di vita erano migliorate ma alla popolazione afroamericana mancavano diritti fondamentali.

MLK era già pregno di ideali di uguaglianza e giustizia quando il 1º dicembre 1955 Rosa Parks, per essersi rifiutata di lasciare il suo posto a un bianco su di un autobus, venne arrestata e accusata di aver violato le leggi sulla segregazione. In un primo momento la notizia del sopruso scatenò una reazione violenta da parte della comunità nera di Montgomery e la polizia reagì agli incendi degli autobus e alle vetrine fracassate sparando. Dopo un incontro nella sua chiesa, dove parteciparono più di quaranta leader della comunità afroamericana e su proposta del presidente della Interdenominational Alliance, venne deciso un sistema di protesta non violento, basato sul boicottaggio.

Dal giorno 5 dicembre 1955 nessun nero avrebbe più utilizzato gli autobus. La protesta ebbe successo, il 21 dicembre 1956 terminò il boicottaggio, dopo 382 giorni. Il giorno stesso alle 5.55 Nixon, MLK, Albernathy e il reverendo bianco Glenn Smiley salirono insieme e sedettero vicini.

Questo fu probabilmente l’episodio che lo collocò alla ribalta nazionale e mondiale, stava nascendo un leader, un vero leader.

Il 31 gennaio 1960 iniziò il movimento studentesco: Joseph Mcneill, uno studente nero di un college del Carolina del Nord si vide rifiutato il servizio alla tavola calda perché afroamericano. Il giorno dopo con alcuni amici vi ritornò e nuovamente gli venne rifiutato il servizio. Il movimento si diffuse fra tutti gli studenti dei paesi del Sud, in tre mesi in più di 50 città. James Lawson aveva organizzato un movimento studentesco a Nashville e chiese l’intervento di MLK, che decise di far visita ai manifestanti e al F. W. Woolworth, negozio situato a Durham, tenne un discorso ma non poté schierarsi apertamente con loro in quanto i pastori di Atlanta erano contrari. Esortò dunque a riempire le carceri se necessario ma di continuare a cercare di convincere l’avversario, non di annientarlo.

MLK incontrò John F. Kennedy il 23 giugno del 1960, Kennedy lo rassicurò affermando che riteneva fondamentale la questione del diritto al voto e che era favorevole da sempre ai diritti civili, il pastore obiettò ricordandogli che nel 1957 si era espresso contro una legge importante proprio per quei diritti, rispose che ora la pensava in maniera opposta al passato. JFK ottenne la sua nomination e invitò MLK a tenere un discorso ma il reverendo non poté accettare l’invito in quanto si doveva dare conto a Nixon e invitare anche lui, e a tale obiezione non si organizzò più nulla.

MLK partecipò al sit-in tenutosi nel grande magazzino Rich, Atlanta, il 19 ottobre 1960 venne arrestato insieme a 51 studenti.

MLK non sapeva di essere recidivo, per questo venne condannato a quattro mesi di lavori forzati, da scontare al penitenziario di Reidsville: sentenza pronunciata dal giudice J. Oscar Mitchell, l’avvocato che difendeva MLK era Charles M. Clayton. Grazie all’insistenza di Harris Wofford e alle pressioni di John e Robert Kennedy, MLK venne liberato il giorno dopo il trasferimento. Alle elezioni presidenziali Kennedy ebbe circa il settanta percento dei voti della comunità nera: nell’agenda del nuovo Presidente degli Stati Uniti entrano così di prepotenza i temi dei diritti civili (voto, lavoro, elezione,…) per gli afroamericani. Grazie anche all’appoggio della Casa Bianca, MLK e gli altri leader della SCLC proseguirono le loro campagne nel Sud degli Stati, soprattutto nel Mississippi e nella Georgia.

Il 28 agosto 1963 oltre 300 mila persone invasero la Capitale. La marcia rimane uno dei momenti più alti della lotta per i diritti civili negli USA, cui seguirà il Civil Rights Act del 1964, che dichiarò illegali le disparità di registrazione nelle elezioni e la segregazione razziale nelle scuole, sul posto di lavoro e nelle strutture pubbliche in generale (“public accommodations”). Tra i partecipanti si annoveravano anche Bob Dylan e Joan Baez, che canteranno insieme a molti altri musicisti, segnando così l’ingresso nel folk dei temi cari delle lotte dei neri americani.

In quell’occasione fu pronunciato quello che è ormai divenuto il discorso iconico del ‘900.

«I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin, but by the content of their character. I have a dream today!»

«Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per ciò che la loro persona contiene. Io ho un sogno oggi!»

La morte di Kennedy (22 novembre 1963) segnò una battuta d’arresto del processo di desegregazione, anche se ormai il più era fatto. Segnò anche la perdita dell’innocenza americana già messa a dura prova dalla guerra del Vietnam, per qualcuno segnò anche la fine dell’American Dream.

Il 14 ottobre 1964 a MLK veniva assegnato il premio Nobel per la pace come riconoscimento del suo impegno per i diritti civili e la giustizia sociale. Nel ricevere la notizia il leader sottolineava come non si trattasse del premio a una sola persona, quanto il riconoscimento a tutte le «persone nobili» che hanno lottato con lui per i diritti civili.

Le marce da Selma a Montgomery, dove MLK e sua moglie Coretta erano in prima fila, furono tre marce di protesta svoltesi nel 1965 e che hanno segnato la storia del movimento per i diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti. Esse nacquero a partire dai movimenti per il diritto di voto a Selma in Alabama, lanciate dagli afro-americani del posto, tra cui Amelia Boynton Robinson e suo marito, che formarono la Dallas County Voters League (DCVL).

Il percorso da Selma a Montgomery per il diritto di voto (Selma To Montgomery Voting Rights Trail) è ora un percorso storico degli Stati Uniti (National Historic Trail).

La prima marcia (7 marzo 1965) fu funestata da violenti attacchi dal parte di bianchi organizzati e della polizia. Le immagini fecero rapidamente il giro del mondo, quel giorno rimarrà impresso nella memoria degli americani come Bloody Sunday.

MLK giunse a Memphis il 4 aprile 1968, dopo che il suo volo era stato ritardato per un allarme bomba. Dopo la marcia finita con la morte di un ragazzo, rientra al Lorraine Motel sito a Mulberry Street, di proprietà di Walter Bailey, sempre a Memphis. Nella sua stanza, la 306, situata al secondo piano, assieme ai suoi collaboratori (tra cui il reverendo Ralph Abernathy e Jesse Jackson), si cerca di organizzare un nuovo corteo per uno dei giorni successivi.

Doveva cenare a casa del reverendo Samuel B. Kyles, alle 17:30 giunse al Motel chiedendo al pastore di seguirlo. Parlò al musicista Ben Branch, che avrebbe dovuto suonare quella sera a un incontro locale in una chiesa dove era programmato un culto. King gli chiese di intonare il suo inno preferito “Take my hand, my precious Lord” (“Prendimi per mano, mio prezioso Signore”), poi intonato davvero dalla celebre Mahalia Jackson, cara amica di King, nel corso dei suoi funerali.

 Alle 18:01 MLK uscì sul balcone del secondo piano del motel, dove venne colpito da un colpo di fucile di precisione alla testa, sparato da James Earl Ray; subito dopo fu ritratto in una foto di Joseph Louw, unico giornalista rimasto dopo che il giorno precedente avevano tutti abbandonato la città. Venne soccorso fra gli altri anche da Marrell McCullough, agente di polizia, che cercò inutilmente di tamponare la ferita. Fu utilizzato un proiettile calibro 30-06. Trasportato al St. Joseph’s Hospital, i medici constatarono un irreparabile danno cerebrale, la sua morte venne annunciata alle 19:05 del 4 aprile 1968. La salma oggi riposa nel Southview Cemetery, in Jonesboro Road, Atlanta.

Nei giorni successivi ci furono violentissimi scontri con un bilancio di 46 morti, 2.600 feriti e 21.000 arresti.

Il ’68, per l’America, come per il resto del mondo, fu un anno da ricordare. Ma gli Usa furono funestati da violenti scontri interazziali e da episodi come l’assassinio di MLK e di Bob Kennedy. Tutto questo in uno scenario già di per sé drammatico, considerata anche l’offensiva del Tet nella ormai lunghissima guerra in Vietnam. La convention Democratica fu accerchiata da manifestanti e ci furono scontri con le forze dell’ordine.

Cosa ci ha lasciato MLK?

Ci ha lasciato sicuramente un’eredità importante nella battaglia per l’affermazione dei diritti, una lotta fatta di non-violenza, lui seguace e ammiratore di Gandhi. Fatta di manifestazioni pacifiche, dove più che slogan contro il ‘nemico’ si chiedevano diritti per se stessi, dove ogni forma di eccesso era bandita, dove le persone ascoltavano parole di pace e di fede, di fede nella vittoria dell’uguaglianza dei popoli, auspicando la fratellanza delle genti.

Non è scevro di insegnamenti provenienti dalle lotte di MLK il movimento del ’68; no alla violenza, no alla guerra, sì alla fratellanza. Quegli anni cambiarono il mondo, fecero fare giganteschi passi in avanti, in poco tempo, incisero le coscienze di intere fette di popolazione. Si uscì dal ’68 cambiati, con una consapevolezza differente sull’articolazione complessa del mondo e dei rapporti umani, spostando il baricentro del pensiero collettivo più avanti, rendendo impossibile far tornare indietro le lancette del tempo.

A partire da quegli accadimenti ci furono ulteriori grandi passi, in America, per la popolazione nera. Si arrivò a occupare posizioni e cariche importanti fino ad allora precluse, perfino la Casa Bianca.

Poi, come sempre, ci sono i riflussi, basta un nulla e si torna a essere intolleranti, ma come abbiamo detto, ci siamo spostati così avanti che certe cose non possono che rappresentare solo episodi gravi ma non un ritorno al passato.

Certo, in America ogni 28 ore in media viene ucciso un nero, da parte della polizia o da vigilanti. Per essere ucciso non è necessario essere violenti, basta essere neri.

Ecco, forse qualcosa deve essere ancora fatto, proseguendo sulla strada indicata da Martin Luther King.

Sthepezz (Conte27513375) per @tantipensieri

Immagine del titolo by Gabriella Demczuk/Getty Images, immagine dell’omicidio by Joseph Louw, altre dal web, 

Fonti: www.lifegate.it, www.wikipedia.it, ©La Repubblica e Getty Images

 

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