Era l’ora del pasto. Si alzò a fatica dalla sedia, sbadigliò mentre riempiva la ciotola di pasta fredda. Si sentiva soddisfatto quando ritirava la ciotola vuota perché costringeva il suo prigioniero a mangiare cibo che anche i cani avrebbero rifiutato. Su quella pasta insipida, fredda e scotta, mise solo un cucchiaino di olio.

Andò in cantina e aprì la porta; il suo uomo era legato, alla caviglia con una catena ad un anello di ferro attaccato alla parete; era sporco e irriconoscibile.

Erano trascorsi solo due mesi da quando lo aveva rapito ma era molto dimagrito. Dell’ uomo spavaldo che tutti  conoscevano non era rimasto che un ricordo sbiadito. Gli dava solo un pasto al giorno, 70 grammi di pasta e 1 bicchiere di acqua. Sono gli alimenti che gli avrebbero impedito di morire facendogli espiare la sua colpa.  Provava soddisfazione quando vedeva mangiare con avidità quel pasto, come se fosse pietanza prelibata, significava che era affamato. Non gli forniva nemmeno una forchetta, mangiava con le mani sporche. Dopo la pasta bevve l’unico bicchiere d’acqua della giornata, lo vedeva leccare l’interno del bicchiere perché anche le goccie erano importanti, aveva sete ma sapeva che chiedere sarebbe stato inutile e che avrebbe dovuto aspettare l’altrilo bicchiere d’acqua il giorno successivo.

Soddisfatto da quella scena, riprese la ciotola e il bicchiere in malo modo e lo lasciò solo, chiudendo la porta alle sue spalle.

Non sapeva perché si trovasse in quella situazione. Erano due mesi che era prigioniero in quella stanza buia e umida. Aveva una coperta che ormai neanche un cane randagio avrebbe usato per dormirci, mangiava al giorno  solo 1 piatto di pasta in bianco. Aveva provato a chiedere spiegazioni ma ci aveva guadagnato un insieme di calci e pugni con il risultato di una costola rotta e lividi per tutto il corpo.
Ad ogni domanda, lui rispondeva con la violenza, aveva perciò deciso di restare in silenzio e accettare passivamente; non aveva piu neanche le forze per combattere fisicamente con quell’ uomo e, nonostante si sforzasse, non ricordava nulla che potesse in qualche modo ricondurlo a lui.
Non sapeva per quanto tempo sarebbe riuscito a resistere, a volte pensava che per lui sarebbe stato meglio morire; vedeva la sua pelle attaccata alle ossa, si sentiva senza forze; in quella stanza mangiava, in quella stanza dormiva, in quella stanza faceva i suoi bisogni; per fortuna gli aveva scavato un buco che mandava i suoi bisogni in profondità, buco coperto da un asse di legno che, nonostante tutto, non impediva agli odori di fuoriuscire ed impregnare l’aria.

Aveva perso la cognizione del tempo, non sapeva né il giorno né l’ora, non sapeva se in quel momento ci fosse la luna o il sole, se bel tempo o la pioggia. Passava le sue giornate rannicchiato in un angolo di quella stanza, aspettando la sua razione di cibo e acqua per non morire di fame. In quel momento gli balenò l’idea di lasciarsi morire, avrebbe rifiutato l’unico pasto della giornata; non aveva senso vivere in quel modo.

Seduto sul letto sfogliava l’album dei ricordi. In tutte le foto, sua moglie guardava sorridente l’obiettivo abbracciata a lui; erano giovani, spensierati ed innamorati. Non avevano avuto figli, non per la loro scelta, il destino aveva scelto per loro ma questa mancanza non aveva scalfito il loro amore, anzi li aveva uniti ancora di più. Uniti fino a quella madeletta sera, la sera in cui sua moglie era stata aggredita e stuprata da un mostro che era stato per troppo tempo senza nome. Lui era già a letto che la aspettava, lei era uscita con le amiche per la cosiddetta serata tra donne. 

Stava guardando un film quando il cellulare sul comodino aveva iniziato a squillare: era la polizia che gli comunicava che sua moglie era stata aggredita e che si trovava in ospedale. In un baleno si vestì e si ritrovò in macchina a sfrecciare verso il nosocomio, pregando che tutto andasse per il verso giusto. Invece non andò cosi;  sua moglie, dopo alcuni giorni di coma, morì in ospedale per un’ emorragia interna a causa delle ferite riportate.

Da quel momento aveva vissuto solo per vendicare la sua morte, per renderle giustizia e poiché le indagini della polizia erano in una situazione di stallo, aveva deciso di provvedere da solo. Si recò sul posto e inizia a studiarlo. C’era un via vai di gente ma sullo scalino di una serranda sempre chiusa ci dormiva un clochard che gli fu di aiuto descrivendo l’auto sul quale era fuggito l’uomo dopo aver commesso il misfatto.

La voglia di avere quell’ uomo tra le mani e di torturarlo lo fecero desistere dal raccontare tutto alla polizia. Sfruttò alcune sue conoscenze per invididuare la macchina; il clochard ricordava solo le prime due lettere della targa e com’era fatto. Nonostante il buio lo aveva ricordato abbastanza bene perché non era molto lontano da loro anche se non si erano accorti della sua presenza. Interpellando le perosone giuste, scoprì quel delinquente in breve tempo. Viveva da solo,  aveva già avuto un precendente, infatti era tornato in libertà da poco. Lo spiò per qualche giorno per conoscerne le abitudini; scoprì che andava a giocare in un bar a biliardo ogni giovedi sera e tornava a casa a piedi verso la mezzanotte. Era un giovedì notte quando lo aveva aggredito sbucando da una stradina buia, lo aveva caricato in macchina svenuto e portato in cantina.

Non aveva mai parlato con lui, alle sue richieste di chiarimento aveva risposto con la violenza senza mai proferire parola  facendolo chiudere in un silenzio tombale; quello che non sapeva era che avrebbe vissuto in quel modo per il resto dei suoi giorni.

La bottiglia di vodka sul sofà era vuota, tutte le sue foto erano sparse intorno a lui; ricordi di un passato felice che restavano indelebili nella sua mente e nel suo cuore. Quando il dolore era insopportabile, affogava i suoi dispiaceri nella vodka, perciò ne aveva sempre una bottiglia piena a disposizione ma nascosta nel mobile in cucina.  Era buio, sarebbe trascorsa un’altra notte che avrebbe dato vita ad un nuovo giorno, cosi come il ciclo della stagioni e della vita. La finestra leggermente  aperta aiutava il riciclo dell’aria ed era piacevole sentire un pò di freschezza che sfregava il viso caldo. Si girò sul fianco dimenticandosi di trovarsi sul divano e cadde sul pavimento; nonostante il rumore e nonostante la caduta continuò a dormire ma la bottiglie si ruppe e i pezzi di vetro gli si conficcarono nel corpo tagliandolo e procurandogli delle ferite.

Sentì un bruciore su tutto il torso  nudo e pensò di aver bevuto troppo, provò a muoversi ma quella mossa gli risultò fatale perché il coccio della bottiglia gli si infilzò nella gola e l’ultima cosa che vide fu la foto sua e di sua moglie abbracciati, spensierati e felici.

È questo l’epilogo di una storia dove non ci sono né vinti né vincitori; nessuna vendetta era stata portata a termine;  è  una di quelle storie dove l’ impossibile si unisce all’inverosimile, dove tutto non è come sembra; un errore di omonimia che incide sulla vita di chi era uscito per la solita partita a biliardo e non ha fatto piu rientro a casa; un erroe che ha provocato la morte di un innocente.

Un errore che ha dato vita ad un nuovo carnefice spinto da desiderio di vendetta. Non ci sono vincitori, non ci sono perdenti, solo azioni che dovevano e potevano essere evitate.

The end

Giovanna Viola alias @GViola16

immagini dal web

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