La vita, spesso e volentieri, regala orribili sorprese, che in fondo un po’ si immaginavano. Questi doni inaspettatamente non graditi costringono ad indossare una brutta maschera, uno scomodo vestito che non si addice ma per questioni di scena si decide di indossare comunque.
Così vivendo con il travestimento di un cattivo personaggio si inscena ogni giorno lo spettacolo della quotidianità, senza copione, si sa, ma si improvvisa seguendo lo schema che quel costume comanda.
Il pubblico non sono altro che altre maschere dal muso lungo tirato a lucido con il sorriso stampato sui denti.
Disposti a tutto per guadagnare qualche applauso in più si cede alle più meschine richieste che il teatro impone, ridicolmente serio questo personaggio si tuffa a capofitto nell’interpretazione non propria ma dalle sembianze simili a una persona.
Questo porta all’infelicità, l’incapacità a uscire da un burattino così odiato ma così forte da non poterne fare a meno, crea un conflitto che non si riusce a placare con un semplice sorriso, lo stesso sorriso che fatica ad arrivare ogni volta che si trova un momento di serenità.
Eppure un modo ci sarebbe, lasciar cadere l’abito, restare nudi davanti allo specchio e guardare quel che si era, ripercorrere la strada che ha portato fino al riflesso e pensare che è stata solo una piccola pausa da un percorso che porterà alla felicità, una deviazione involontaria, ogni tanto anche l’autostrada del cuore ha bisogno di manutenzione.
Quindi cosa si aspetta, si devono riporre tutte le forze in un sorriso, una bella e grassa risata e lasciar cadere quella cera dalla faccia.
L’ironia non è altro che la pausa caffè della vita.

Giuseppe Caputo per @tantipensieri

Immagine dal web

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