La camicia bianca era sporca di sangue; gli schizzi le avevano imbrattato anche il viso. Si guardò le mani: la sinistra le tremava ma la destra teneva saldamente un coltello dalla lama affilata di 10 cm. Accanto a lei, il cadavere giaceva immobile, gli occhi aperti che la fissavano, le labbra viola erano dischiuse leggermente. L’accappatoio della vittima era leggermente aperto e lasciava intravedere il fianco destro martoriato dai colpi; ne avevi inflitti trenta o quaranta, non ricordava bene il numero esatto, ricordava solo la rabbia e l’odio con cui affondava la lama. I capelli bagnati le coprivano una parte di viso, erano capelli lunghi e neri, molto diversi dai suoi ricci e rossi. Si guardò allo specchio e vide la sua immagine riflessa: anche i suoi capelli le coprivano una parte di viso ma non erano cosi belli; con un gesto d’ira se li tolse dal volto e li imbrattò di sangue. Si considerò stupida per invidiare quella donna che ormai non rappresentava piu alcun pericolo per lei. Doveva sbarazzarsi del corpo, doveva inventarsi qualcosa, la situazione le era sfuggita di mano ma non era più possibile tornare indietro. Decise di farsi una doccia per ripulirsi, avvolse il corpo in un lenzuolo e ripulì la stanza con la candeggina. Trascinò il corpo per la stradina di campagna, per fortuna la zona era isolata e non era trafficata a quell’ora di notte. Il cadavere, nonostante il corpo esile, era abbastanza pesante per lei; più di una volta si era dovuta fermare per riprendere fiato. Riuscì finalmente a posizionarlo nel portabagagli e si mise al volante senza avviare il motore. Doveva pensare a dove portarlo, a dove scaricarlo, a come farlo sparire completamente. Sul tavolino della cucina aveva messo un biglietto che la vittima aveva scritto di proprio pugno e che riportava la sua firma “Vado via per dimenticarti, non cercarmi”. Non doveva commettere sbagli, nessun errore era ammesso. Le balenò in mente un’idea, sorrise ed avviò il motore. 

 

Come aveva previsto, la vecchia chiesa abbandonata poteva essere un buon rifugio. Non era covo di senzatetto o drogati perché mezza chiesa era crollata quindi era all’aperto. Ciò che le interessava era il cimitero accanto che ospitava gli ignoti caduti in guerra. Nessuno avrebbe notato un corpo più, inoltre nessuno visitava quel luogo. C’erano solo tanti cumuli di terra; il problema era solo entrare su quel terreno perché una staccionata ne impediva l’accesso. Innazitutto doveva scaricare il corpo dall’auto; l’operazione richiese alcuni minuti perché il lenzuolo si era aperto ed era stato necessario richiuderlo subito per sfuggire allo sguardo accusatorio della vittima. La trascinò fino alla staccionata ma sarebbe stato ancora più difficile, se non impossibile, individuare in che modo scavalcarla con il cadavere. Si guardò intorno e non notò nulla che potesse aiutarla nell’impresa. Si sentì esausta all’improvviso, si sedette accanto al cadavere. Non si sentiva in colpa, aveva tollerato per troppo tempo la storia tra lei e suo marito; nessuno dei due immaginava di essere stato scoperto ma lei aveva iniziato a dubitare da alcuni mesi delle strane riunioni serali del marito e una notte lo aveva seguito scoprendo il loro nido d’amore. Aveva cercato di essere più presente nella vita di suo marito sperando nella fine di questa relazione ma inutilmente; allora aveva deciso di affrontarla e le aveva fatto visita all’improvviso. Lei le aveva aperto la porta per chiarire quella situazione ma, anziché mostrarsi dispiaciuta, le aveva sbattuto in faccia la verità e le aveva chiesto di lasciarlo libero perché lei non avrebbe mai rinunciato a colui che riteneva essere l’amore della sua vita. È stato in quel momento che aveva estratto dalla sua borsa quel coltello che aveva portato solo per spaventarla e l’aveva aggredita selvaggiamente. Si era sentita offesa, derisa e tradita. Doveva nascondere il corpo, doveva farcela, si alzò e iniziò a scavare con le mani per fare una buca  Anziché seppellirla con gli altri, l’avrebbe sepolta lì. Quella scelta si rivelò infelice perché era arrivata allo stremo delle forze e quella piccola buca non avrebbe contenuto neanche un piede. Fu allora che le venne in mente il vecchio pozzo  da cui anticamente si attingeva l’acqua. Ricordava che non era stato chiuso con delle assi ma solo con un vecchio pezzo di alluminio. Trascinò il cadavere fino a lì e scoprì il pozzo, con gran fatica sollevò il cadavere e lo fece sprofondare in quella bocca buia e profonda; non sentì alcun rumore, lo richiuse e si diresse alla macchina. A casa suo marito dormiva come un bambino, il sonnifero faceva ancora effetto; si fece una doccia e si mese a letto. Non fece fatica ad addormentarsi perché la stanchezza ebbe il sopravvento. Non si sentiva per nulla agitata, per nulla in colpa. Quella ragazza non avrebbe dovuto posare gli occhi su suo marito né confermarle che non lo avrebbe lasciato. Il suo è stato un gesto d’impeto, una reazione violenta ma accecata dalla rabbia e dalla gelosia che l’altra persona le aveva volutamente procurato;  non era stata colpa sua, nessuno l’avrebbe potuta accusare, avrebbe continuato a vivere la sua vita con suo marito e, di fatto, cosi accadde. 

 

The end

 

Giovanna Viola [email protected] 

Immagini dal web

 

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