“Dimenticami.”

Copertina viola e una sagoma femminile in grigio.

Viola come il suo nome, grigio come i ricordi che pian piano sfumano, si fanno via via soltanto dei riflessi.

Era il 2006, quasi estate, non ero in un periodo bello di me, della mia vita, ero come lo schermo della televisione dopo la fine di un film in videocassetta: uno stand-by a righe, un ipnotico balzare di puntini senza senso che oltre ad annebbiare la vista, spegneva il cervello.

Ecco, durante quel periodo credevo di non essere me, ero altrove.

E in quell’universo mi ero creata un angolino tutto mio: scrivevo e sfogavo.

Avevo paura di leggere o forse credevo che tra le pagine di altri avrei trovato il calore che non sentivo più nel reale. Erano mesi apatici, chiusa dentro, oltre che in casa, i miei coscritti vivevano le piazze, quelli che erano i miei compagni di classe stavano preparando la maturità. Io mi ero fermata ovunque.

Mia madre decise di regalarmi un libro, un qualcosa che potesse distrarmi, credevo di non averne voglia, di perdere le sue parole come tutte quelle che mi scivolavano addosso e invece non fu così.

“Dimenticami” di Elena Loewenthal.

La storia di Alberto, del suo abbandono ambiguo, così di colpo. Di lei, Viola, che decide di alzarsi da quel tavolo al ristorante in una sera d’autunno e andarsene per sempre, senza lasciare traccia alcuna.

Lui credeva fosse solo un dolore passeggero, uno sfrigolio che si sarebbe calmato con lo sfumare dei giorni e invece no, il tempo correva e quel “dimenticami” che lei disse quella sera diventava sempre più acuto fino a far credere ad Alberto di essersi come inventato tutto.

Fino a chiedersi “ma Viola è mai esistita?”

Non ho più riletto quel libro, ogni volta che mi fermo davanti alla mia libreria ne carezzo la copertina e sorrido, è il legame che ho verso ciò che racchiude, quello che mi lega a lui che mi fa spesso dire che è uno dei miei libri preferiti.

“Dimenticami.”

Viola lo dice come un comando e poi si alza e se ne va. Per Alberto diventa tutto un vivere a rallentatore.

Ed io? Cos’avrei voluto dimenticare di allora? Tutto o forse niente? Quel qualcosa che tutt’ora resta indelebile. La lontananza da una me che non avrei più rivisto? Quella che forse avrei rimpianto?

E’ diventato preferito perché in fondo ha rispecchiato il mio inconscio.

Viola la me a cui avrei dovuto dire addio, Alberto la parte di me che non si capacitava di quello che era successo.

Il retro del libro in grigio e una sagoma maschile in viola.

E se alla fine essere dimenticati anche da se stessi, fosse soltanto un bene per ripartire più forti di prima?

Debora Alberti per @tantipensieri

Immagine dal web

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