Percorreva l’autostrada a gran velocità, non vedeva l’ora che passassero in fretta le successive due ore. Non era la prima volta che commetteva un omicidio ma gli procurava sempre una certa apprensione disfarsi del cadavere; temeva sempre che qualcosa potesse andare storto e non voleva passare il resto della sua vita in prigione. Finalmente apparve la sua uscita e superò il casello; prese una buca e la macchina ebbe un sussulto. Sentì un tonfo alle sue spalle e guardò dallo specchietto retrovisore: la busta nera, sistemata sui sedili posteriori e nella quale aveva chiuso il cadavere, si era spostata ma era ancora chiusa anche se il nodo sembrava leggermente allentato. Si ripromise di stringerlo non appena possibile. Le luci di una sirena in lontananza lo fecero rabbrividire: forse qualcuno aveva già dato l’allarme, forse già lo stavano cercando, forse… Si impose la calma e la freddezza di sempre, si toccò il coltello foderato all’interno della giacca, il suo fedele amico, un amico che non lo aveva mai tradito. Le luci lo sorpassano, tirò un sospiro di sollievo e sentì i muscoli rilassarsi, era stato troppo teso. Accese la freccia di destra e svoltò in una stradina buia. Fermò la macchina in prossimità di un edificio abbandonato, diventato rifugio dei senzatetto. L’unico rumore udibile era il fruscio delle foglie. Decise di godersi quel momento di tranquillità e chiuse gli occhi.

Una fonte luminosa lo infastidiva, blaterò qualcosa prima di stropicciarsi gli occhi con entrambe le mani. Sussultò quando si rese conto di essersi addormentato. La luce ad intermittenza erano i fari del suo complice che lo avvisava del suo arrivo. Subito scese dall’auto e aprì la portiera posteriore per prendere il corpo ma con suo grande stupore constatò che sui sedili non c’era alcun sacco nero. Subito aprì il bagagliaio e vide un lenzuolo che avvolgeva qualcosa, aveva la forma di un corpo. Iniziò ad avere il respiro affannoso e sentì un tremolio alle gambe. Non capiva cosa stesse succedendo e, per la prima volta in vita sua, ebbe paura. Gli sembrò di udire un rumore e si girò di scatto ma non c’era anima viva oltre a lui. Il suo complice continuava ad inviare segnali e decise di afferrare quel corpo senza porsi alcuna domanda, forse aveva solo immaginato di chiudere la ragazza in un sacco nero, forse era un lenzuolo, forse… Di nuovo i suoi dubbi, di nuovo le sue insicurezze. Prese il corpo bene avvolto e si avviò verso l’altra auto non senza fatica; non ricordava che quella ragazza pesasse cosi tanto, l’aveva sempre considerata esile. Era molto bella ma non poteva accettare che continuasse a prostituirsi, aveva anche cercato di redimerla, perché si era innamorato di lei, ma senza alcun risultato. Lei amava la vita agiata e quello era l’unico modo di produrre reddito in breve tempo, cosi gli diceva sempre. Durante l’ultima lite l’aveva strangolata, ricordava ancora il suo volto sbiancarsi mentre cercava di togliere le sue mani dal collo. Appoggiò il corpo per terra e guardò nell’abitacolo perché, da quando aveva iniziato ad avvicinarsi, le luci dei fari erano stati sostituiti dalle frecce che continuavano a lampeggiare. Non riusciva a vedere nulla perché l’auto era ancora distante, mosse le braccia avanti e indietro per favorire la circolazione poiché le sentiva indolenzite e riprese a trascinare il cadavere. Si stupì nel vedere la macchina vuota all’interno, si sporse per spegnere le frecce e si guardò intorno con circospezione. Si sentì confuso, cosa stava accadendo? Aveva uno strano presentimento.

Accadde tutto all’improvviso. Sentì un movimento alle sue spalle, si girò e fu colpito. Sentì qualcosa nell’occhio, iniziò ad urlare e a dimenarsi, inciampò nel cadavere e cadde. Urlando dal dolore, si tolse il tacco della scarpa che gli era stato conficcato nell’occhio e lo vide insanguinato. Non vedeva bene e il dolore era troppo forte, vomitò tra gli spasmi per il troppo dolore. Quando si riprese, si vide di nuovo solo, prese il coltello dalla giacca e d’istinto tagliò, il lenzuolo scoprendo il cadavere. Non era il corpo della ragazza ma del suo amico, anche quell’uomo grande e grosso aveva solo un occhio sano, l’altro era inguardabile. “Dove sei?” urlò mentre cercava di sistemarsi una benda, ricavata dal lenzuolo, attorno al capo coprendo l’occhio o ciò che ne restava. In quel momento comparve la ragazza che lui aveva definito esile. “Pensavi fossi morta, bastardo! Invece no, ho ascoltato tutte le chiamate tra te e il tuo amico ed ho approfittato del tuo sonnellino per mettere fuori uso prima lui e poi te. Lo sai che io sono molto persuasiva”. Si avvicinò a lui con movimenti sensuali. Lui stava per dire qualcosa quando fu colpito con il tacco dell’altra scarpa che gli penetrò la gola, lasciando fuoriuscire solo un rantolo rauco.

La ragazza entrò in macchina tremante, tutta la sicurezza che aveva manifestato fino a quel momento era scomparsa. Con le ultime forze che aveva, compose il numero delle emergenze.

The end

Giovanna Viola alias @GViola16

Immagine dal web

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