Le gambe accavallate sotto la scrivania. Le dita tamburellano nervose sulla copertina di un’agenda vecchia che sta sfogliando freneticamente. Alla ricerca di qualcosa. Un appunto veloce, una data precisa, una citazione riportata, un appuntamento saltato. Era solita affidare alle pagine le sue giornate, affinché non si perdessero del tutto nel fluire del tempo, per restare sempre un po’ nel suo passato forse, per non lasciarlo andare del tutto. Nella fretta distratta scivola una polaroid. Una polaroid come tante che ritrae il lago caldo di sole primaverile. Non appena i suoi occhi si soffermano sull’immagine, la stanza attorno a lei inizia a scolorire e vorticare, i suoi ricordi la riportano a quel momento. E torna lì, a passeggiare lungo il piccolo molo. Il cielo è azzurro e l’acqua riflette tutta la luce del giorno. Lei si sporge per scattare una foto senza passanti, ma perde irrimediabilmente l’equilibrio e con un urlo cade nel lago. L’impatto con l’acqua è molto più freddo di quanto potesse pensare. Presa dal panico non riesce a mettere insieme le scarse capacità di restare a galla, è terribilmente spaventata, le manca l’aria, c’è troppa acqua, non riesce a muoversi e il peso dell’ampia gonna inzuppata la trascina a fondo. I sensi la stanno abbandonando non riuscendo a respirare, liberando sulla superficie soltanto qualche bollicina. Poi il buio. E il silenzio.
Quando riapre gli occhi si sente tossire rumorosamente. «Bentornata!» esclama entusiasta una voce maschile vicino a lei. «Stavo iniziando a preoccuparmi. Come ti senti?»
Senza sapere bene dove guardare apre a fatica gli occhi abbagliati dal sole ma non articola risposta. Però lo vede: alta sagoma controluce dai contorni leggermente sfuocati, occhi protetti da scuri occhiali da sole, capelli castani, spalle larghe, pantaloni corti rossi. Le stava sorridendo. Un sorriso dolce, luminoso, rassicurante. «Forse non avevi il costume più adatto per fare un bagno» continua ridacchiando, aiutandola a sedersi. La avvolge con un telo giallo e le sposta i capelli. Sente le sua mani grandi sulla schiena. Vorrebbe gettargli le braccia al collo e chiedergli come avesse fatto ad accorgersi, ad arrivare in tempo, a trascinarla a riva. Vorrebbe che la stringesse ancora un po’ e le dicesse che va tutto bene. Vorrebbe guardarlo negli occhi e chiedergli di non allontanarsi. Vorrebbe smettere di pensare e iniziare a dire qualcosa.
«Chi sei?» riesce a bisbigliare lei. Ma in un battito d’ali lui non è più lì. C’è soltanto la polaroid scattata da lei un attimo prima di precipitare. Lo cerca ovunque, chiede di lui ad altri bagnanti, a qualche cameriere, al bagnino in servizio, scrive sui social l’accaduto sperando che l’interessato, leggendo, si riconosca, torna sul posto altre volte nella speranza di incrociare la sua strada. Invece niente. Dopo averla salvata si è dissolto nel nulla senza lasciare traccia.
Torna nella stanza, seduta alla scrivania, rigira tra le mani la piccola foto. Pensa a quanto avesse tentato di riconoscere il suo sorriso sul volto dei passanti, di sentire la sua voce inaspettatamente, di seguire ogni paio di pantaloni rossi incontrato. Lui aveva aspettato che si riprendesse, l’aveva abbracciata e lei non sapeva neppure il suo nome. Non le era stato concesso di scoprire se i brividi lungo la schiena fossero dovuti alla sua presenza o alla sconfinata riconoscenza.
Ha sempre pensato che avrebbe imboccato la via per raggiungerlo. Anche se avesse smesso di crederci o di volere. Anche se non fosse più riuscita ad avere un motivo, un senso, un significato. Prima o poi ciò che gli altri chiamano “casualità” l’avrebbe stupita, ne era certa. Ogni pretesto, pensiero involontario, ricordo ritrovato, canzone sbagliata, parola di troppo, scivolata accidentale, fortunato incidente, persone, luoghi, eventi, angeli custodi. Ogni cosa, indizio dopo indizio, l’avrebbe accompagnata al suo destino. E se lui fosse stato scritto tra le sue pagine, l’avrebbe capito e aspettato.
E forse per lei adesso è tardi.
Forse.
O forse no.

@babyLux_93 per @tantipensieri

Foto dell’autrice

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