Mi distraggo tenendo i pugni sotto il mento.

Mi ricordo una foto dell’estate di due anni fa, guardavo dritta l’obiettivo con fare sensuale, labbra colorate di rosso, capelli vaporosi a contornare un viso che di mio non aveva nulla se non le sembianze, profilo che ora scarto, non ricordo più neppure che sensazione avessi tra le dita adornate da anelli e smalto sangue. Ero sconosciuta perché il dolore mi aveva immersa e io restavo a galla in un modo che adesso mi provoca brividi. Sconosciuta a me stessa, mentre sapevo benissimo che ero proprio in quel momento scivolata in un angolo a proteggermi.

Anche oggi scatto una foto come se potessi vedermi da un’angolatura particolare.

Indietreggio e sorrido.

Un sorriso che cela una grossa tristezza.

Vorrei che le parole non scivolassero inutili sul mio cuore, in questo momento di me parecchio felice ma che prova una rabbia che fa male agli zigomi.

Cuore deluso nella sua felicità.

Un controsenso, un inciampo.

Un subdolo taglio netto alla coda.

Me ne frego e poi risalgo ma sono gli affetti che più dovrei aver vicino che mi hanno grattato la pelle, quelli che dovrebbero abbracciarmi, quelli che dell’invidia non dovrebbero sapere che farsene e invece…

Invece resto qui e però non aspetto.

Poi ci si stanca mentre prima si guarda.

Ho scattato da un’angolatura diversa con la voglia di vedere cosa c’è di sbagliato in me. Credevo di trovarci quella che si agghindava per non apparire, per non far risalire sulle palpebre un dolore imbecille che mi avrebbe potuto far scappare e invece oggi qui ho visto il nulla e quindi provo a non preoccuparmi, tento, anche se dentro una parte di me continua a soffrire.

Alzo le braccia, in segno di resa, di sollievo, di colpo sono diventata come se non avessi visto niente, come se stando sdraiata sull’erba quell’ultimo giorno di scuola di parecchi anni fa fosse così attuale addosso che il tempo non mi abbia portato nulla.

Come se mentre camminavo piano e con le paure lungo le gambe tremanti, non fosse mai stato assorbito da quello che ero; come se le mie fragilità non mi avessero avuta mai; come se le lacrime non mi avessero prosciugata; come se i miei desideri non fossero stati esauditi e come se molti di loro non li avessi neppure conosciuti.

L’indifferenza scava.

L’invidia invece brucia chi la prova.

E il terrore dell’abbandono diventa pian piano una brutta consapevolezza che addosso all’inizio si camuffa da cappio ma poi scivola giù e si insabbia tra le pieghe del petto.

Debora Alberti per @tantipensieri

Immagine dal web

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