Viaggiavamo di notte.
Il viaggio per raggiungere nonna durava quattordici ore e per me era l’avventura più bella.
Ufficialmente estate: tempo di ferie, gite, ritrovarsi e dedicarsi alla famiglia.
Non ho mai fatto delle vacanze vere e proprie, non c’erano la settimana o i quindici giorni di mare o montagna, visto il lavoro di papà, ma c’era la Calabria.
Non tutti gli anni, ma quando si scendeva era l’avventura con la “A” maiuscola.
Quel viaggio infinito era quello più bello: di notte, nella cabina stretta, dove tutti eravamo ammassati e le valigie costipate sulle reti in alto. Per me bimba era invece la scoperta e il sogno.
Si partiva da Milano Centrale a pomeriggio inoltrato e si viaggiava per tutta notte sull’Intercity che ancora ricordava quei vecchi treni dei film, attraversavamo tutta Italia per ritrovarci al mattino con la vista mozzafiato sul mare.
Il mio mare.
Il blu.
L’aria già diversa, arrampicata tra spine di fichi d’india e colline increspate dalla secca.
Mare e gente diversa, con visi di terra e mani ricche di storie in dialetto.
Come essere approdati a un altro mondo.
Quando cominciavo a vedere le onde sentivo l’eccitazione.
Ore di viaggio, nella notte, mentre dal finestrino mi incantavo a seguire il panorama ombreggiare nel buio e le luci accese nelle case degli altri.
Immaginavo i nottambuli, magari in cucina, a prepararsi una tazza di camomilla o bere un bicchiere di acqua fresca, chi appena rientrato dal lavoro o chi a sonnecchiare davanti alla televisione.
Finestre e vite immaginate e tuttora ne resto incantata.
La notte spegne, ma oltre i muri le vite scorrono e i segni mi fanno immaginare ora come allora.
Da Roma in giù era così: il treno passava più lento tra i centri abitati e anche i panni stesi sembravano dire “Noi siamo qui, buon viaggio.”
Ricordi di bimba, io che ogni tanto mi immergo nell’allora.
Io che restavo in disparte appena arrivavo da nonna perché vedere lei e gli zii di rado mi metteva soggezione. Mi ci voleva del tempo per ritrovare la confidenza, ma il mese era lungo.
Un anno mi accompagnava papà, era il 1996, l’anno della Santa Comunione e mi aveva fatto quel regalo.
Lui non scendeva in Calabria da diciotto anni e per una settimana sarebbe stato lontano soprattutto dal suo lavoro, poi sarebbe tornato a casa e dopo un mese sarebbe venuta mamma a riprendermi.
Ricordo come se fosse ieri: i giorni al mare con mia cugina e le sue amiche, i ritorni con la Fiat Panda e i finestrini abbassati, i piatti gialli di vetro di mia zia con pasta e “vaianeddi”, i gelati, le serate in giro per Reggio e dormire con nonna.

Un tempo che non c’è più.

Nel 2010 l’ultima volta che facevo quel viaggio in treno, posto finestrino, ormai adulta ma con la me bambina seduta sulle ginocchia con il naso schiacciato al vetro a contare le luci accese nella notte, nelle vite degli altri oltre i muri.

Debora Alberti per @tantipensieri

Immagine dal web

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