Un pianoforte non può suonare da solo. Era quello che ripeteva a sé stessa tutte le volte in cui passava davanti alla vetrina del negozio che vendeva pianoforti. Poteva esserci qualsiasi cosa per strada, qualsiasi attrazione, ma i suoi occhi finivano lì con la forza di due poli magnetici opposti. Il pianoforte a coda, con il coperchio superiore aperto, i tasti splendenti e lo sgabello morbidissimo erano sempre lì. Sarebbe bastata una piccola accordatura e il suono sarebbe stato perfetto. Un giorno la bambina dai riccioli d’oro aveva pensato che in ogni momento almeno un pianoforte avrebbe dovuto suonare in qualche parte del mondo. Prendiamo un pianista che suona a New York. Esegue il suo pezzo e poi smette, tra gli applausi degli spettatori e qualche rumore di bicchieri che si scontrano. Un attimo prima un altro pianista inizia a suonare la sua melodia in una cantina polacca. Appena prima di finire, un bambino giapponese inizia l’esecuzione di un brano davanti agli occhi severi del suo insegnante, seduto su una sedia accanto alla finestra. La bambina dai riccioli d’oro sperava che su tutta la Terra non ci fosse mai un solo istante in cui un pianoforte non stesse facendo vibrare le proprie corde.
Ogni giorno guardava quel pianoforte in vetrina e ogni giorno pensava che avrebbe voluto suonare anche una sola nota su quella bellissima tastiera. Ogni giorno si fermava sempre per qualche istante in più da questa parte del vetro.
Il giorno del suo ottavo compleanno entrò nel negozio. La proprietaria era seduta in un angolo, immersa nella lettura di un libro. I raggi del sole entravano dalla grande vetrina e creavano fasci di luce in cui le piccole particelle di polvere, sospese nell’aria, fluttuavano in un moto lento ma incessante mentre brillavano come migliaia di piccole stelle. La bambina dai riccioli d’oro si diresse verso quel legno nero, lucido, che urlava al mondo il suo bisogno di echeggiare. Si sedette sullo sgabello. Posò la mano sulla tastiera. Osservò le dita ferme, immobili. Trattenne il fiato per un istante, cercò l’attimo giusto e svuotò la mente. Finalmente, dopo aver chiuso gli occhi premette un tasto. La nota risuonò nel silenzio del negozio e tutto sembrò animarsi. L’aria era ferma e annunciava un momento carico di meraviglia. La bambina capì subito che aveva colmato un attimo in cui tutto era sparito, il momento vuoto di quel suono continuo e incessante, che sarebbe rimasto svuotato per sempre. Solo quando la corda smise di vibrare e il suono cessò, con delicatezza, sfilò la mano da quei tasti e alzando lo sguardo verso la donna seduta con il libro chiuso in grembo chiese: “Che nota era?”. Incredula, la donna le rispose: “Era un Fa bemolle”.
Solo dopo tanti anni dopo quel giorno, la bambina dai riccioli d’oro scoprì che il Fa bemolle non esiste, e passò il resto dei suoi giorni chiedendosi se era stato un sogno o se quel pianoforte aveva aspettato solo lei.

Giuseppe per @tantipensieri
Immagine dal web

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