[14 agosto 2018 – Angoscia]
Una persona si sveglia ed esce la mattina con in mente le cose da fare, il lavoro, la spesa.
Divertirsi. Cose importanti fino ad un quel determinato momento.
Poi il destino decide che quel giorno debba essere diverso dagli altri, debba segnare la vita di qualcuno e quella persona, quelle persone, non ricorderanno più il lavoro, né la spesa, né il divertimento.

14 agosto 2018 è stata una brutta giornata. No, diciamolo, una giornata di merda.
Per me che di ponti non so nulla di nulla e ho percorso Ponte Morandi l’ultima volta il giorno prima del crollo, al ritorno da una giornata al mare ingenuamente e in modo candido, l’ho sempre creduto un ponte bello e sicuro.
Non oso immaginare come possano essere certi istanti: la terra che manca sotto i piedi, la paura che manda l’adrenalina a mille e che cerca di salvarti, magari anche riuscendoci. Come per il camion a tre metri dal bordo. E per altri, per ancora molti altri, magari no.
Ottanta metri di volo nei quali stringi forte le mani al volante. Probabilmente urli. O forse no. Il ghiaccio nel cuore. Lo schianto.
Queste persone erano uscite pensando al lavoro, alla spesa o a divertirsi.

Genova spezzata.
Elicotteri, ancora elicotteri.
Sirene e sirene, senza un attimo di pace.
Fosse la prima volta per Genova…
La pioggia, i tuoni, l’incessante cercarsi tra amici parenti e conoscenti in affanno disorientato. Tutt’intorno il silenzio tremendo.
Annichilimento.
Per noi genovesi cresciuti fin da bambini all’inizio degli anni ’70 con il nostro “ponte di Brooklyn”, questa tragedia risuona come una lacerazione umana, civile, sociale e storica irreparabile.
Siamo a pezzi, Genova ha il cuore spento ed è con l’anima spezzata.
Il tutto è insopportabile.
I professionisti dell’odio sono riusciti a scrivere che dovevano stare a casa, con quel tempo (solo un po’ di pioggia il 14 agosto…), nascondendo tra le righe l’ormai comune “se la sono cercata”. Stronzi!
L’unica verità è che da quel giorno molte famiglie stanno soffrendo, e centinaia stanno, rendendosi conto che noi di Genova quel ponte lo facevamo quasi tutti i giorni.
Decine, centinaia, migliaia di volte. È solo fortuna.
Perché per noi che ci siamo passati migliaia di volte quel ponte era un luogo altamente simbolico: il ponte della partenza e del ritorno a casa, il ponte della quotidianità e della vacanza.
Il sentimento che tutti noi al momento del crollo avremmo potuto essere lì, è vivo, forte, traumatico.
Non bisogna vivere con la paura di attimi come questo, bisogna come sempre andare avanti.
Ricostruire e ricostruirsi.
Ci vorrà tutta la nostra forza per superare insieme questo trauma i cui effetti per la città si sentiranno a lungo.
L’Italia, il paese del “nessun colpevole”, ma già dalla sera stessa lo cercavano. Forse qualcuno pagherà, forse no, lo sapremo fra dieci anni. Intanto ci sono famiglie che oggi hanno pagato il prezzo più alto.
Chi non è di Genova vede un terribile disastro: un ponte crollato e la morte delle povere vittime.
Chi vive a Genova, oltre a tutto questo, vive con un’ intensità difficile da comunicare un crollo interiore.
Nella nostra mente resteranno impressi in maniera indelebile il Ponte e le sue vittime innocenti. E poi, inevitabilmente, tutti questi ultimi decenni in cui abbiamo perso la creatività, la competenza, il coraggio, l’orgoglio, la conoscenza, la visione e la determinazione dei nostri padri.
Ogni giorno sempre più ci rendiamo conto quanto siano tragiche le ripercussioni economiche, sociali e di vivibilità per la nostra città.
La disperazione totale, per ogni genovese è un pianto inconsolabile.
Il crollo del ponte Morandi è qualcosa che va oltre la tragedia.
I genovesi non riescono a smettere di piangere, non possono capacitarsi.

Genova che conosce il rispetto.
Abbiamo tutti noi una Genova da rigenerare, abbiamo tutti un Ponte Morandi da ricostruire, torniamo a credere che un’Italia migliore sia possibile, geniale, visionaria e coraggiosa.
Al di là del dolore, della rabbia, delle polemiche, dovremo tornare a essere comunità per prenderci cura del futuro della nostra città e di noi stessi.
Cos’altro potremmo fare?
Possiamo forse riavvolgere il nastro di quell’agosto maledetto, riportandolo al 13 sera per riscrivere una pagina tutta diversa del nostro drammatico presente?

Quando respiriamo, ringraziamo. Quando ci svegliamo, cerchiamo di dare le giuste priorità, perché dimenticarsi che la vita è un attimo, è così banalmente semplice.

Marinella per @tantipensieri
Immagine dal web

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