Non rispondere lo aveva fatto diventare il suo hobby preferito forse perché nel silenzio trovava il suo conforto, metteva su una maschera che lo aiutava ad andare avanti, tra opinioni maliziose e parole mancate ma soprattutto alle domande che gli venivano fatte preferiva tacere; era diventato molto bravo a sviare i discorsi in parole futili, sostituendo con un sorriso stupido uno sguardo profondo. Questa sua abitudine era diventata la disperazione delle persone che gli stavano accanto e di quelle che gli volevano bene, che inutilmente tentavano di capirci qualcosa ma più che altro capire lui e cosa gli frullava per la testa.  

Lui voleva essere osservato, non indagato e si finiva tutti con il guardarlo interdetti, una mano sul cuore e l’altra sulla fronte, a chiedersi se poi alla fine le persone sbagliate erano quelle che chiedevano sempre senza dare o quelle come lui che non rispondeva. Dava sempre quella sensazione di mettere in dubbio i caratteri e le inclinazioni degli altri semplicemente ascoltando troppo e parlando poco, seriamente con un sorriso come a occultare un segreto. Neanche lo sapeva ma aveva occhi che riflettevano tranquillità e divertimento, sempre velati da un leggero sfottò nei confronti di chi gli rivolgeva la parola, le sue iridi stavano nascoste dietro un ghigno. Quegli occhi chiari erano strani, sfuggenti, come se cercassero di scappare dallo sguardo di qualcuno in particolare, piuttosto che di un’altra. La sua personalità si rispecchiava nei viali della città dove abitava, un modo di essere il suo, un’indole nascosta e chiusa in sé stessa, riservata e tanto caotica, dove all’interno di sé poteva far venir giù una tempesta ma che subito dopo poteva anche essere bucata dai raggi dal sole. Dentro di lui c’era una specie di città, con gruppi di persone sole che sapevano andar d’accordo insieme, così era lui conoscente di tutti e amico di nessuno, era come una strada con tanti cartelli ma con nessuna indicazione. Non era uno che scappava, no, non sempre, semplicemente cercava di non vedere, forse per evitare di scatenare conflitti o semplicemente per avere un po’ di pace. Questo suo mondo dai contorni sfumati fuoriusciva da ogni suo atteggiamento, gesto, occhiata. Era un uomo indefinito, di quelli a cui bruciano i sogni. Sapeva e riusciva anche far fare alle persone un esame di coscienza e senza dubbio riusciva con i suoi sguardi ad osservare bene quello che lo circondava, ricordando molte cose ma anche dimenticandole.  Era una contraddizione vivente. Se voleva stare da solo, allora poteva succedere che si unisse a un gruppo, uniformandosi impercettibilmente in modo da poter pensare in pace, non diceva mai cosa pensava e soprattutto riusciva a passare spesso inosservato.

Aveva uno strano modo di dimostrare il suo affetto alle persone, attraverso messaggi subliminali a volte anonimi e chiamate silenziose che venivano da dentro certo mostrava quanto tenesse a qualcuno, ma poi non rispondeva se si cercava un dialogo insomma non conversava. Forse si aspettava che la gente lo capisse e capisse cosa dirgli, ma allo stesso tempo sembrava temesse di pretendere troppo, questo era quello che traspariva, la paura dell’eventualità di ferire le persone, per come era fatto, per come si comportava. Parlava di sentire il bisogno a volte di allontanarsi, credeva nella distanza tra due cuori e dell’occhio che non vede sembrava convinto di questo. Gli riusciva bene essere silenzioso anche se si credeva incredibilmente rumoroso, tanto da essere a volte convinto di spaventare le persone, aveva questa concezione dell’essere in cui non vedeva nessuna tonalità di grigio, ma per lui era solo bianco o nero. Poteva succedere che questa sua convinzione lo bloccasse nell’esprimersi, nel chiarirsi, o semplicemente nel parlare e nel dialogare. Sia chiaro lui non era una persona propriamente solitaria ma succedeva che ciclicamente amasse stare da solo, ma non di sentirsi solo.

Quando si isolava si vedeva a volte tra gli alberi o su una spiaggia, con un cappuccio della felpa tirato sulla testa i capelli castano scuro ordinati e la mente disordinata, così camminava. Così come il suo modo di dimostrare la voglia di stare solo, così lo erano le modalità con cui dimostrava la sua felicità o la tristezza. Era felice quando poteva pensare in santa pace di questo non c’era dubbio. Il sentimento dell’amore non era sconosciuto neppure a lui, amava la sensazione soprattutto quando era nuova, sconvolgente come un fulmine. A volte però gli succedeva di vedere l’amore in una maniera strana, indefinita, confusa, del tutto sbagliata eppure terribilmente corretta e allora cercava di allontanare le persone che amava, per quanto contraddittorio quel gesto fosse, lui era convinto di salvarle soffriva ma le voleva salvare da se stesso, vedeva l’amore nel mettere il bene degli altri davanti al suo, non rendendosi conto che così non aiutava nessuno.  Immaginava la donna che potesse stargli accanto la vedeva unica e singolare quanto lui, e soprattutto che loro due si incastravano come pezzi di due puzzle disegnati male. 

In realtà lui l’aveva trovata. Lei con i suoi occhi chiari, le mani sempre all’opera e i pensieri abbastanza ordinati nella mente, faceva da degna compagna a lui che di ordinato aveva solo le sue parole scritte. Era quel tipo di donna di cui le persone leggono nei libri si immaginava le conversazioni tra loro un po’ confuse, imbarazzate, complicate a volte forzate e brevi, eppure lui sapeva che avrebbe continuato a cercarla e lei continuato a rispondere, erano due calamite uguali che si allontanavano a vicenda ma si ostinavano a voler stare insieme. Lei che da lontano sembrava una donna non fatta per le regole e da vicino invece un cristallo facile da rovinare ma difficile da rompere, queste loro apparenze si scioglievano quando si guardavano quando si sentivano, erano confusione contro determinazione, una mano delicata contro una non più abituata a maneggiare cose fragili. E quando lui voleva parlarle sceglieva sempre la strada più difficile, ed il perché non lo sapeva nemmeno forse era abituato alle cose complicate, ignorava il potere di una telefonata al posto di un messaggio, di una parola chiara al posto di uno sfottò, di un’idea precisa al posto della confusione. E lei si questionava, domandava, frustrata e imbarazzata, se era lei a sbagliare, a dire troppo o troppo poco questo la rendeva a riluttante a volte arrabbiata ma anche confusa e triste, nonostante tutto rimaneva e tentava, così come faceva lui.

Non sapeva che se uno riceve troppi schiaffi alla fine le carezze lo confondono. La sua indole buona la teneva legata a quell’uomo, oltre a un sentimento che neanche lei si spiegava o voleva immaginare, quando era con lui lei sorrideva, ed era un sorriso bellissimo anzi erano belli quando ridevano insieme. Lo facevano e basta. E loro due insieme erano strani, senza senso a volte, imbarazzati, taciturni o parlavano di troppe cose insieme e non erano affatto ciò che la gente si aspettava eppure quando erano insieme, il mondo scompariva e c’erano solo le idee confuse di lui e le risate di lei, e quello bastava.

Marinella per @tantipensieri

immagini da web 

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