Le prime braccia che, dopo quelle dei miei genitori, mi hanno stretta appena nata. Le stesse che, dopo qualche mese, mi facevano “guardare il mondo”. Così dicevano quando la mia piccola schiena veniva appoggiata allo stomaco del nonno e, trattenuta dalle sue mani grandi, . Piccoli viaggi per le stanze della casa, attraverso i vasti giardini attorno, tra i filari di viti che non ci sono più e i cipressi secolari. Lui passeggiava infondendomi la sua dolce tranquillità con gli occhi azzurri e io, senza saperlo, scoprivo ciò che mi circondava. Mi addormentavo cullata dalla voce che non posso più ascoltare, protetta da quell’amore sconfinato che posso ancora sentire.
Quello che quando ho imparato a leggere seguiva con l’indice la storia originale di Pinocchio, quello che quando si arrendeva alla stanchezza mi chiedeva di continuare, per non perdere il filo, le avventure di Garibaldi.
Libri preziosi, volumi antichi ritrovati tra gli scaffali impolverati della libreria, cartoline di posti lontani a tenere il segno tra le pagine patinate di enciclopedie in bianco e nero. Ogni frase era un racconto, un aneddoto tramandato, una spiegazione approfondita, un consiglio profumato di saggezza e vestito di metafora. Ogni posto nominato era il dito puntato sul mappamondo acceso nella stanza quasi buia. Girava grande, lucido, colorato. E io guardavo meravigliata.
“Il gigante e la bambina” diceva mentre le nostre ombre si allungavano col passare delle ore e le mie manine fredde si perdevano nelle sue.
Adesso entro in cucina, accendo una candela e mi siedo sul bracciolo della poltrona rossa sulla quale si accomodava. Perchè forse è sempre un po’ lì, con la mia cagnolina accoccolata sulle ginocchia, a sorseggiare il tè caldo al limone, a riguardare fotografie, a collezionare francobolli, ad accompagnare la mia vita ogni giorno.

@babyLux_93 per @tantipensieri
Foto dell’autrice

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