Quando tutti dormono e la casa è avvolta nel silenzio, prima di andare a dormire, ho l’abitudine di fermarmi davanti alla porta della sua camera perennemente in disordine.
Entro scalza, in punta di piedi, per non svegliarlo.
Gli rimbocco le coperte, gli scosto il ciuffo di capelli ribelli dalla fronte, gli faccio una carezza ed ascolto il battito del suo cuore.
Me ne sto in silenzio, quasi trattenendo il respiro, ad osservare il suo petto che si alza e si abbassa.
Lui che a diciotto anni è più alto di me ed ha un fisico possente; lui che ha la barba più folta di suo padre; lui che ha ciglia lunghissime e gli occhi di un nocciola intenso che hanno la stessa vivacità di quando era piccolo; lui che è già “un uomo” ma che per me resterà sempre il mio bambino.
Lui che ha un cuore grande ma che non ama mostrare i suoi sentimenti in pubblico; lui che è capace di stupirmi con gesti inaspettati; Andrea, il mio fiore di Maggio.
Ripenso a quanto lo abbia desiderato, alla felicità che ho provato nello scoprire che aspettavo un bambino ed alle lacrime che ho versato quando sono stata bloccata a letto con il rischio di perderlo.
Ripenso ai nove mesi che ha trascorso dentro di me, dentro al mio corpo che stava cambiando.
Ripenso alle mani che istintivamente si toccavano il pancione durante gli ultimi 15 giorni, alla trepidante attesa di tenerlo tra le braccia, alla voglia di vedere i suoi lineamenti.
Ripenso alla risate che ci siamo fatti, alla musica che abbiamo ascoltato e alle favole che gli ho raccontato.
Ripenso alle prime volte che è uscito da solo o a quando mi diceva «Mamma non abbracciarmi, ormai sono grande».
Ripenso a tutte le litigate che abbiamo fatto e a tutti i “no” che gli ho detto, ma che sono serviti per farlo crescere e per fargli capire che non basta uno schiocco di dita per avere quello che vogliamo.
Quante domande mi sono posta prima che lui nascesse e quante me ne pongo ancora oggi perché essere madri non è un “lavoro” per niente facile; non ci sono corsi o lezioni a cui partecipare e non ci sono neppure consigli da seguire a parte quelli che ci detta il nostro cuore.
Si, perché nessuno nasce con la vocazione di essere padre o madre; nessuno è perfetto e mai lo sarà.
Tutti sbagliamo ed è proprio da quegli sbagli che impariamo e ci miglioriamo.
Avere un figlio è il più bel regalo che una donna possa ricevere dalla vita perché un figlio non è mai un errore, un figlio è amore.
E poco importa se i primi tempi avrai ritmi massacranti, se le tue ore di sonno non coincideranno con le sue; se avrai delle occhiaie pazzesche e non riuscirai a stare in piedi, tutto passerà quando lui ti stringerà tra le dita piccolissime il tuo dito e tu rapita lo guarderai e ti verrà spontaneo pensare «Ma davvero questo capolavoro l’ho fatto io?».

Mbarbie per @tantipensieri
Immagine dal web

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