Era uno stabile vecchio.

Le finestre alte e grandi e quel rumore della strada sottostante, vicino all’ospedale, da dove uscivano spesso ambulanze con sirene urlanti.

In quel luogo, i primi attimi verso l’autonomia ed i primi ricordi, sbiaditi o indelebili.

Il corridoio stretto, le porte bianche su un legno verniciato da anni, quell’affresco grande sul soffitto che dava sulla rampa di scale di sicurezza, il vociare incessante della segretaria nella sua cabina davanti alle macchinette del caffè.

Le ante di un rosso spelacchiato dal tempo e dalle intemperie, il balcone arrugginito. Si capiva dalla struttura che quell’istituto che non era nato subito per essere scuola, ma prima era un ricovero per persone anziane.

Un salto, dal vecchio al nuovo, dalle generazioni al tramonto a quelle ricche di aspettative e giovinezza.

Frastuoni e segreti tra quelle mura come anche i suoi passi lenti.

Lui che camminava con lo sguardo dritto davanti a sé e la timidezza premuta sulle spalle abbassate.

Non l’ho mai sentito parlare, so che odiava scrivere.

Il giorno del tema in classe credo rappresentasse per lui la gogna, un trovarsi faccia a faccia con un foglio bianco mi fa pensare oggi, fosse un po’ come trovarsi dinanzi ad uno specchio.

Riflettersi, scrutare, carpire, nascondere e poi svelare.

Il doversi calare dentro per tirare fuori qualcosa di sé.

Seguire una traccia, ma comunque estrapolare il proprio sentimento, per lui una sorta di dolore. E quante volte strisciare verso la cattedra e consegnare in bianco. Non solo un foglio senza parole, ma una mente instabile.

Un mondo non compreso, nascosto dietro l’apparenza e la vergogna di non essere come gli altri, alla moda, scaltri, caciaroni.

Felici.

Il muro davanti in quel gioco a volte meschino che è l’introspezione, il guardarsi dentro e soffocare. Il pessimismo come l’arte di preferire il nero, perché lì dentro non si resta a galla, ma si affonda.

Perché la depressione purtroppo è un incubo perenne, non si sa come inizi, cosa la faccia scaturire: si scivola in lei lentamente e prende la gola.

Un foglio bianco diventa il cemento in cui le dita si congelano. I passi lenti sono il ritmo scandito del giorno vuoto e i pensieri appannati sono i nemici/amici contro cui non si può più vedere il resto.

Il brutto sempre, anche dinanzi alla frivolezza dell’amore.

Quello era uno stabile vecchio e quando ci passo davanti spesso risento dentro le risa e la vita spensierata di quegli anni, ma anche il tremore delle mie gambe e la mia paura di un incubo troppo difficile dal quale forse non mi sarei mai svegliata.

Perché anche io sono caduta e purtroppo è stato in quegli anni, nel periodo delle scoperte, degli occhi chiusi mentre si sorride, delle gote rosse davanti al primo bacio. Tremante mi vedo ancora nell’angolo del corridoio, incapace di capire.

Io però nello scrivere ho trovato un alleato, ho guadagnato una parte di me che altrimenti non avrei conosciuto oppure sarebbe comunque successo ma in altro modo.

Da quelle aule sono passate generazioni su generazioni, caratteri e segreti, siamo poi diventati adulti sciogliendo i nostri desideri e costruendo progetti di studi e di vita.

Spero lui abbia trovato il suo incastro perfetto come io ho trovato il mio e abbia smesso di soffrire, in fondo…se le parole su foglio bianco fanno paura, si può pur sempre piegarne gli angoli e farne un aeroplano per liberare i fantasmi dell’anima.

Liberare la vita.

 

Debora Alberti per @tantipensieri
Immagine dal web

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