Dove vanno le persone quando finisce la vita?

Si reincarnano? Hanno la gloria eterna? O vanno in paradiso e si bevono un bel caffè in compagnia?

Ne sentiamo la mancanza, nella misura in cui sono state importanti per noi. Quella poltrona vuota, quel posto a tavola che sembra un peccato occupare, gli oggetti in giro per casa, il profumo degli indumenti nell’armadio.

Notiamo la loro assenza. La finestra della dirimpettaia tristemente chiusa. Quel terreno, una volta coltivato con amore come fosse un giardino, ora invaso da erbacce. Quel garage la cui serranda non si alza più, con all’interno una macchina con la batteria ormai scarica.

Se ne va comunque anche un po’ di noi. Gli impegni ci scandiscono la giornata senza pietà, ma basta fermarsi un po’ a pensare e tutto riaffiora. Con i ricordi torniamo indietro nel tempo. Sorridiamo in silenzio, oppure ci rammarichiamo.  La malinconia a volte sembra avere delle invisibili e impietose mani che ci afferrano in gola, gli occhi si inumidiscono. Poi tutto passa, deve passare.

Tuttavia non riesco a fare a meno di tuffarmi nei ricordi, tristi o felici che siano. Fanno parte di me. Quando posso, purtroppo raramente, vado a salutarne alcuni nel piccolo cimitero del mio paese. Si, saluto i ricordi. Con un bel fascio di fiori, faccio con calma tutto il giro del cimitero. Non mi rattrista affatto questa cosa. E preferisco andare in compagnia dei mie soli pensieri. Lo so, nei loculi o nelle tombe ci sono solo i resti di chi mi manca. Solo resti e una bella foto. Una foto di quella persona, di quel mio ricordo.

La mia vicina di quando ero piccola. Un po’ impicciona, ma quando cuoceva nel forno  il suo pane,  ne sentivo il profumo da casa mia. Mmmm…che buono era! Un fiore a te…

Il nonno della mia amica. Ci prendeva in giro, dicendo che, se saltava la corrente elettrica, dovevamo mettere una candela accesa sopra la tv e l’avremmo vista. E noi ridevamo divertite. Un fiore a te… Sua moglie, qualche anno più tardi, accompagnava le nostre uscite con una sorta di avvertimento. Occhi severi e indice destro all’insù, esordiva:«Mi raccomando! Attente eh!» Attente a cosa  lo devo ancora capire. Non vivevamo certo  in un’affollata metropoli, anzi… Un fiore anche a te va, e tira giù quel dito che i tempi sono cambiati!

La perpetua della parrocchia. Avevo all’incirca 10 anni, quando un giorno mi fece arrampicare sui gradini dell’altare a sistemare  i vasi con i garofani rossi e le foglie di felce. Salii carponi fino in cima,  poi mi alzai in piedi e per poco non mi prese un colpo. Dietro avevo quasi il vuoto,  e davanti, i piedi della Madonna che schiacciavano il serpente,  su una nuvola di ovatta. Ma si può chiedere  una cosa del genere a una bambina?? Se fossi caduta da lassù ci sarei rimasta stecchita. Però poi tirò fuori dei gianduiotti dalla tasca della vestaglia. E un fiore a te…

Il vecchietto che abitava vicino al ruscello. Indossava esclusivamente stivali da pioggia verdi con i pantaloni infilati dentro. Voleva far credere a noi bambini, che era riuscito ad andare sulla luna, dove per ogni cosa, mangiare, bere o dormire,  bastava “spingere un bottone”. A pensarci bene credo fosse all’avanguardia per quei tempi. Un fiore a te…

Il John Wayne del paese. Uno scapolotto (ora sarebbe un single) sempre a cavallo della sua mula. Forte e pettoruto, fazzoletto al collo, una mano alle briglie, l’altra, chiusa a pugno, appoggiata su un fianco e il gomito in fuori. Come un fiero principe sul suo destriero. Un fiore anche per te…

La coppia più bella del mondo. Così li chiamavo io. Un assortimento un po’ stano il loro. Lui un ometto magro, baffetti appena accennati e occhietti piccoli e di un azzurro spento. Estate e inverno perennemente  in giacca, di una taglia sempre troppo grande . E lei bella formosa, con un sederone grande. Ad ogni passo le natiche, alternando il movimento,  si sollevavano di dieci centimetri. Occhi grandi e neri, labbra carnose e una voce importante. Non avevano figli e si sono voluti bene fino all’ultimo giorno. Un fiore bello per voi..  

L’autista dello scuolabus. Dallo specchietto retrovisore ci controllava e ci ammoniva, ma in fondo in fondo si divertiva per le nostre ragazzate. Un fiore per te…

Il guardiano del passaggio a livello. Azionava il movimento delle sbarre girando una manovella. Che tempi! Per non sbagliare, le tirava giù con largo anticipo rispetto all’orario del treno, provocando così una  fila di macchine fino all’incrocio con la statale. Tieni, anche a  te un fiore…

Continuo il mio giro e puntualmente, ogni volta, terminano i fiori, ma non i  ricordi da salutare. Sono tanti. E mi hanno insegnato tutti qualcosa. Come tessere di un puzzle che pian piano si completa.

Non vanno mai via le persone quando la loro vita finisce. Ma restano. Si che restano. Dentro di noi.

borghettana per @tantipensieri
Immagine dal web

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