Foglie gialle e ambra a terra, sull’asfalto stanco di pioggia.

Case dai muri colorati che su vecchi intonaci raccontano molti inverni ed estati senza ritocchi.

Un muretto di mattoni rossi fa da contorno ad una curva spesso solitaria. E io che invece seduti lassù ci immagino ragazzini intenti nelle loro chiacchiere.

Una curva deserta, una via dal nome di un politico colto e ambizioso che spesso ho sentito nominare da mio padre e che ho visto solo in immagini d’epoca.

Cancelletti socchiusi su giardini abbandonati e spogli, un telone verde a disegnare una sorta di gazebo dove parcheggiare un’auto.

Passeggio e osservo.

Mi piace perdermi altrove.

E il mio sguardo viene catturato: oltre il giardino, sull’uscio di casa, accovacciato sullo zerbino intento ad accarezzare un gattino, c’è un ragazzo.

Non alza lo sguardo. Non mi vede, ma io vedo lui e il suo sguardo triste. Quello mi colpisce, accompagnato dal carezzare quasi forsennato il pelo del micio che ha sotto i propri palmi.

Indossa il pigiama, i capelli molto corti e chissà, la tristezza per un amore finito.

Procedo e per qualche metro penso che se avessi rallentato il passo, avrebbe alzato lo sguardo, io gli avrei donato un mio sorriso e un pochino per lui sarebbe cambiato qualcosa.

O era solamente ancora un po’ addormentato.

Ante verdi sotto un porticato.

Balconi piccoli a far da cornice a casette dove mi pare quasi impossibile collocarci mobili e ninnoli.

Una ragazza seduta in terra, proprio lí, con gli occhi sbarrati sullo schermo del cellulare.

Coda di cavallo e una tuta scura, i piedi puntati al pavimento e le ginocchia rialzate.

Il mio sguardo che fugge a lei. E immagino.

Una chat ad un’amica, lo scorrere annebbiato di foto del ragazzo che le piace.

Noia.

E perché lì seduta?

Su quel balcone spoglio? Alla ricerca di un’intimità che dà sulla campagna, sul rumore delle macchine che poco più in là svoltano ad una rotonda.

Non mi vede, ma io vedo lei.

Lei e lui. Abitano a pochi metri di distanza e quasi sicuramente neppure si conoscono. 

Ed io. Quella che da ragazzina faceva i giochini delle classi con la propria mamma, elencavo i ragazzi delle annate vicine alla mia: essendo di un paesino li conoscevo tutti. Ci si conosceva, anche se non si era mai scambiato nulla.

Spesso restiamo con gli occhi bassi. Chiusi in un nostro piccolo mondo ma c’è chi osserva, senza impicciarsi, senza rompere la scena.

C’è chi assorbe.

Continuo a passeggiare e sorrido ad una donna anziana in bicicletta, non so chi sia, non credo neppure lei sappia chi sono io, scappa un “buongiorno” a me, lei accentua il sorriso abbassando lievemente il capo.

Bello così.

Debora Alberti per @tantipensieri
Immagine dal web

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