Una sera mi è capitato casualmente di seguire la presentazione di “Soubrette”, cortometraggio sulla favola amara dell’apparire e ispirato a una storia vera, che racconta sotto forma di novella, con risvolti dolorosi, come l’ossessione dell’apparire, la ricerca della notorietà a ogni costo che nasconda in realtà una profonda insicurezza, ingigantita dalla solitudine e da una società che ti sprona a essere sempre protagonista e visibile.
E succede poi che prevalga il bisogno di apparire e ostentare ciò che non si è o che non si ha; un bisogno che diviene sempre più forte e, si finisce col perdersi perché ci si lascia sedurre dalla vanità, dalle tentazioni dell’ego, non ci si rende conto di partire per un viaggio di sola andata.
Vivendo d’inganni, di grandi e piccole bugie che fanno perdere il senso della realtà molti con il passare del tempo hanno sempre più difficoltà a essere sé stessi.
E così tutta una serie d’illusioni, di specchietti per le allodole, viene postata sui social network, sperando di “far colpo”, di brillare; fingere un coraggio che non si possiede, una felicità che non si prova ma soprattutto una forza che non si è mai avuta. C’è quella competizione del voler sembrare i migliori, che tiene tutti avvinti, quando invece nessuno si rende conto che in realtà si è tutti sconfitti.
Pubblicare foto su foto, manipolate, ritoccate, il bisogno di voler sembrare perfetti, di approvazione.
Da qualche parte avevo letto una frase significativa e vera “Tutti pittori di quadri che deformano la realtà, che non somigliano nemmeno lontanamente ai legittimi proprietari”.
Una corsa ai “mi piace” che cambia e deforma i connotati, si creano profili che sono perfetti, le persone sembrano così felici, le foto così belle, il cibo così gustoso, per non parlare dei selfie così ben riusciti, le feste devono essere le più chic per creare invidia, gli amici sono sempre sorridenti, le famiglie tutte così pulite da Mulino Bianco, per non parlare dei posti di lavoro sempre tutti importanti.
Insomma sembrano tutte storie perfette e bellissime i viaggi, i loro ricordi, vestiti costosi: la miglior vita possibile!
Alla fine si diventa succubi di una sorta di dipendenza e si tende trascendere sempre di più. È davvero triste ma si dovrebbe prendere atto che oggi la felicità o il successo non dipendono dal numero di cuori ricevuti sul proprio profilo ma soprattutto importante non dimenticare che spesso questi “like” arrivano da perfetti sconosciuti che sicuramente non incontreremo mai.
Tutta questa falsa floridezza che viene ostentata dagli altri contagia e ci si ritrova a cercare di realizzarla anche nella propria ovviamente senza riuscirci, rischiando di perdere la propria individualità prezioso valore a cui non diamo importanza spesso, per cosa poi? Solo per magnificare un’immagine falsa nella speranza di accrescere un consenso mediatico.
Ma arriva poi il momento in cui la realtà ci fa vedere come effettivamente è, e fa sparire l’apparenza, poi non ci saranno più foto, filtri o Photoshop le strategie non servono più, ma ci sarà solo e genuinamente quello che si è.
Solo allora ci rendiamo conto che essere veri ci permetterà di esprimere davvero la nostra identità, l’unicità del nostro essere.

Quando ci troviamo davanti un tramonto o ci emozioniamo davanti a un paesaggio e decidiamo di goderne senza pensare subito di allungare la mano verso il cellulare per immortalare il magico momento, ecco forse proprio in quel momento siamo riusciti a fare l’importante passo verso la nostra autenticità senza più il bisogno di una felicità non esibita.

Marinella per @tantipensieri
Foto dell’autrice

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