Dicembre che mi riporta emozioni. Attese e racconti e quelle giornate lunghe raccolte dal buio che velocemente ci porta alla sera.

Partite a carte, il fuoco della stufa in ghisa nell’angolo della cucina, con le castagne che si cuocevano sul bordo rovente e il filo di cotone che usciva dalla borsa di plastica, mentre lei sferruzzava pazientemente un centrino nuovo. Gli occhiali con la montatura leggermente storta, poggiati sul naso per ingrandire i punti e creare un lavoro che ancora sa di tradizione, mentre ne accarezzo i contorni oggi.

Nonna era per me il sinonimo di Natale.

Nonna era come il vecchio vestito di rosso che porta regali, nonna era la sorpresa di Dicembre. Lei che partiva da sola da Villa San Giovanni e faceva un viaggio infinito di quattordici ore in treno, per venire su da noi e godersi un po’ quel pezzo di famiglia che aveva lontano per tutto il resto dell’anno.

Sento ancora dentro l’adrenalina di quelle giornate, andavo a scuola e fremevo dalla voglia di tornare a casa e aspettarla, mentre mamma e papà erano andati fino alla Stazione Centrale di Milano al suo incontro e ritornare con lei sempre in treno.

Il suo borsone nero era uno scrigno di sorprese, tra i vestiti nascondeva mini pacchetti avvolti da carta da giornale nella quale teneva piccole cose, erano ninnoli che acquistava nei luoghi di culto nei quali si recava in gita, erano doni, erano parte di lei.

Intanto che ne scrivo, mi pare di sentire la sua voce e soprattutto il suo profumo, stretto in quei maglioni dai colori tenui e nelle gonne nere.

Ricordo le sue risate fatte con papà, erano complici e si vedeva il loro volersi bene, lui la chiamava “ma’” e spesso nella mia ingenuità mi chiedevo il perché, dato che la sua vera mamma era l’altra mia nonna che purtroppo non c’era già da tanto.

Dicembre era una favola, era nonna. I pomeriggi di racconti in dialetto calabrese, di quegli aneddoti di vita che non c’è più, di tutte le sue ore di lavoro nei campi, di sacrifici e di gioia. Lei che ancora negli occhi portava la gioventù.

L’ultimo anno che venne da noi fu il 2002, poi non se la sentì più.

Dicembre si strinse solo in pochi minuti di telefonata al giorno, non era più una borsa colma di biscotti e storie, non c’era più il nostro aspettare i fuochi d’artificio con il naso schiacciato al vetro della finestra della cucina già in pigiama con il countdown alla televisione.

Dicembre era cambiato e poi con l’aggiunta degli altri anni, si è nascosto dietro uno scorrere lento e con poco respiro. E’ stato come mettere da parte la fanciullezza, quei doni che forse erano ogni anno le stesse cose, però ci portavano quella signora dai capelli argento e con la grinta di una leonessa, veniva a portarci quel pezzo di terra lontana che non potevamo vedere sempre. E’ stato come raccontare al tempo che era giunto il momento di crescere, di guardare solo delle foto poggiate alla sedia mentre il fuoco ancora scoppietta nella stessa stufa di allora, ma le scintille oggi riportano solo le risate e quello che tengo stretto al cuore.

Dicembre e la mia speranza, di ritrovarti cara nonna, in un sogno, tu che mi chiamavi sempre “Debola” anche per farmi arrabbiare.

 

Debora Alberti per @tantipensieri
Immagine dal web

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