Ho tanta nostalgia di quelle allegre e confusionarie tavolate natalizie di tanti anni fa. Eravamo bambini e pensavamo solo a giocare. La parola ‘problemi’ sapevamo a malapena come si scriveva. C’erano i grandi per queste cose.

Ricordo le donne di casa (mamma, nonna e le zie), affaccendate nella preparazione del cenone di Natale. Gli uomini invece, una volta seduti a tavola, poteva anche scoppiargli una bomba sotto la sedia. Non era affar loro. Ad un certo punto, sostituivano tranquillamente le posate con le carte napoletane sena alzarsi per niente. E cominciavano i giri di briscola, tresette, e uno strano gioco un po’ complicato che chiamavano ‘trentacinque’. Ogni tanto si sentiva provenire dalla sala da pranzo, il rumore secco delle nocche di qualcuno di loro che battevano sul tavolo:  <<Busso!>> A tutt’oggi non so che significato avesse durante il gioco questo atto del bussare.

Noi cugini scorrazzavamo per il corridoio e le varie camere della casa di turno giocando a nascondino. I più grandi (a dire il vero la più grande ero io) erano i capobanda, e i più piccoli imitavano felici. I rimproveri non si contavano, ma era tutto fiato sprecato. Nonna buonanima, che aveva sempre pronto un detto per ogni occasione, ci guardava severa e dopo aver fatto il predicozzo esordiva:  <<Hai voglia a predicar predicatore, tanto lo voglio far come mi pare! >> Alla fine se ne andava con l’aria sconfitta.

Però c’era un momento particolare in cui noi bambini ci calmavamo e stavamo fermi fermi, emozionati e attenti, e cioè quando gli uomini di casa prendevano posto a tavola. E a quel punto iniziava una specie di rito. Cominciavano a chiedere:  << Dove ci dobbiamo sedere?>> E noi bambini indicavamo il posto esatto. Divertiti facevano finta di sbagliarsi. Noi piccoli, tutti agitati, cercavamo di ristabilire l’ordine e loro, dopo essersi seduti, si rialzavano e si spostavano. Insomma un teatrino proprio. Poi uno degli zii, il più burlone (gli mando un bacio lassù), cominciava:  <<Questo piatto mio zoppica!>> e con i pollici appoggiati  sui bordi del piatto lo faceva dondolare. Poi, come se non sapesse il perché guardava sotto al piatto. << Ma cosa c’è qui?>>. E cosa c’era? La ‘letterina’! Che bello sentirli leggere i nostri pensieri per loro!

Caro papà e cara mamma,

sta per nascere Gesù, che porterà pace e amore.

Anche se qualche volta vi faccio arrabbiare,

vi prometto che cercherò di essere più buona e ubbidiente.

Vi voglio tanto bene e vi auguro un Buon Natale.

Erano pensieri semplici, di bambini, che ora mi fanno sorridere. Ma l’emozione era tanta, per noi piccoli e anche per i grandi. La stessa emozione che ho rivisto negli occhi delle mie figlie, anni fa, e che ho provato io nel leggere le loro paroline piene di amore, nei bigliettini preparati a scuola con l’aiuto delle maestre.

Però…quelle letterine di quegli anni…Ora sono definite vintage. Ce n’erano di bellissime. Si aprivano e magicamente, con un incastro di carta incollata in strani modi e disegnata ad arte, si sollevavano letteralmente paesaggi e figure, come se il foglio fosse mare e il tutto emergesse come un’isola. Non contenta di questa magia, mi facevo comprare da mamma la porporina colorata, cioè i tubetti di brillantini. Con pazienza e amore (perché quella era una grande forma di amore), sceglievo dei tratti del disegno. Con il pennellino della colla tracciavo dei segni e poi ci facevo cadere la porporina. Aspettavo un po’ che si attaccasse per bene e poi soffiavo per mandare via il superfluo. Aaah! Ecco il capolavoro! Il luccichio della stella cometa, delle ali dell’angioletto, i bordi del tetto della capanna, qualche altro tocco quà e là. Pochi ma importanti pensieri e la letterina era perfetta.

Pronta per essere nascosta sotto al piatto del mio papà.

Chissà se lassù i piatti zoppicano….

 

borghettana per @tantipensieri
Immagine dal web

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