Fermare l’attimo, immortalare l’istante, catturare un preciso momento e sperare così di donargli l’eterno. Le fotografie sono l’invitante promessa di un viaggio nella storia, un salvagente per la memoria, sono l’illusione di riuscire a rubare scaltramente qualcosa all’incessante inevitabile scorrere della vita e fermarlo nel sempre. In realtà non si fa che congelare un frammento di presente, solo un alone di verità, un piccolo nodo nella trama del tempo, un segnalibro nel volume dell’esistenza personale che, però, appena scattato è già passato. E per quanto si torni a guardare, a ricordare, a sfogliare pagine e album a seguirne i contorni con le dita, niente potrà ridare ciò che è stato fissato, ma solo l’immagine.

Nonostante questo, adoro fotografare. Osservo il mondo che mi circonda: neve che si scioglierà, inverno che finirà, sole che tornerà, magia che si romperà, legami destinati a scolorire, altri a solidificare, situazioni a scivolare. Qualcosa si frantumerà, qualcosa si costruirà, ma poi inevitabilmente arriverà la polvere ad appoggiarsi e confondere, a intorbidire e infragilire i ricordi e, al primo soffio di vento, tutto potrebbe essere spazzato via irrimediabilmente… Fino a che mi è concesso, quindi, ho tutta l’intenzione di danzare nel pulviscolo, tra ciò che è rimasto e ciò che deve ancora avvenire e portarne una manciata sempre con me.

Le mie amiche lo sanno, conoscono il mio imbarazzante livello di archiviomania, e in occasione della mia Laurea mi hanno regalato una polaroid. È piccola, compatta, verde lime. Le fotografie che produce si chiudono nel palmo di una mano. Non ha uno schermo digitale, non è possibile scegliere cosa stampare. Si inquadra, si scatta e dopo il flash arriva la mini foto. Inizialmente pensavo fosse una limitazione: sono abituata a provare e riprovare, cambiare inquadratura, accendere e spegnere le luci o inclinare il telefono per creare meno ombre, a mettere a fuoco qualcosa piuttosto che qualcos’altro, a controllare le inezie e tenere soltanto i migliori tra decine di scatti. Nel caso non avessi tempo e modo per questi accorgimenti, posso ritoccare più o meno abbondantemente con vari filtri, fino a rendere addirittura irriconoscibile il soggetto. Con la polaroid invece ho scoperto qualcosa di nuovo. Un attorno che non può tornare, non si può alterare né camuffare. L’occhio rosso della macchinetta sbatte la palpebra del suo obiettivo e trattiene. Non ci possono essere seconde scelte, né alternative. Non c’è vetrina o esposizione, non si può chiedere il parere di qualcuno perché la finestra per inquadrare è troppo piccola per ospitare più di uno sguardo. Il flash diventa un momento irripetibile, la foto qualcosa di autentico, irriproducibile, vero. Si può toccare subito con mano, smette di essere idea e inizia ad essere fatto, carezza, materializzazione dell’impalpabile. Diventa metafora di qualsiasi rapporto umano: prende colore col tempo, l’immagine si imprime poco a poco, non è visibile subito, bisogna proteggerla perché si sviluppi completamente e al meglio. Penso sia una sfida alla contemporaneità, che chiede sempre, sempre di più e sempre più in fretta, che è a portata di sfioramento ma destinata all’effimero.

Ogni mio passo prenderà più veridicità e valore, quello che guarderò avrà il profumo di ciò che è fugace, ma meraviglioso. Sceglierò il mio attimo immobile, stringerò la macchinetta fotografica, inquadrerò l’orizzonte e scatterò, aspettando con pazienza di custodire il risultato. Ogni mia fotografia sarà destinata a cambiare col passare dei giorni forse, ma a restare, come tutte le cose importanti… Tra le mie carte da consultare, le mie pagine da girare, le mie stelle da guardare splendere tra le righe.

@babyLux_93 per @tantipensieri

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